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NUOVA VIA DELLA SETA: l'ennesima occasione persa per il sud

di Federica Russolillo

Nel silenzio dei media italiani, l'Italia sta escludendo il Sud (ma solo il Sud) dal più grande progetto infrastrutturale della storia. Bruciando l'ennesima occasione di sviluppo del Mezzogiorno.


 

 Mentre oggi il dibattito verte su i pro e i contro del progetto cinese e se si è a favore o meno di questo stretto contatto economico, commerciale e politico con la Cina, il governo italiano per l’ennesima volta ci fotte. 

 Partiamo dalle origini. La Nuova via della seta cinese, o anche BRI (Belt and Road initiative), l’enorme progetto infrastrutturale avviato dal governo di Pechino che coinvolgerebbe fino a 68 nazioni (più della metà della popolazione mondiale, tre quarti delle riserve energetiche e un terzo del prodotto interno lordo globale) rappresenta il più grande progetto di investimento mai compiuto prima, superando, al netto dell’inflazione odierna, di almeno 12 volte l’European Recovery Program, ovvero il celebre Piano Marshall avviato dagli Stati Uniti nel ’47 per ricostruire l’Europa devastata dalla guerra. (E a proposito di Piano Marshall, chi ricorda la storia dell’”equa” ripartizione dei prestiti americani all’Italia, quando a tutte le Regioni meridionali messe insieme arrivarono meno soldi che nella sola Lombardia?)


 Ora, è interessante sottolineare due punti. Il primo è che il dibattito corretto da affrontare non verte sul potenziale allontanamento dell'Italia dagli Stati Uniti. Questo è un dibattito vecchio che doveva già essere affrontato dall’opinione pubblica nel 2015. Ossia quando l’Italia diventò membro fondatore, sottoscrivendo una quota di 2,5 miliardi, della Banca asiatica di investimento per le infrastrutture (AIIB), istituzione finanziaria internazionale proposta dalla Cina come contraltare al FMI, alla World Bank e all'Asian Development Bank, le quali si trovano sotto il controllo del capitale e delle scelte strategiche degli Stati Uniti. All’epoca la notizia venne a malapena riportata dal Sole24ore e di conseguenza non si avviò alcun dibattito esistenziale, nessun allarmismo, nessun timore da parte del governo italiano di uscire dalle grazie del gigante statunitense. Senza contare che la Cina è presente nei porti italiani da decenni talvolta con partecipazioni azionarie da capogiro.

 

 Se oggi invece tale dibattito si è acceso per la Nuova via della Seta è stato, in primis, perché è bastato farlo risaltare nei media. A ciò si è accompagnato un pregiudizio culturale diffuso nei confronti degli asiatici e del popolo cinese in particolare. E’ interessante notare infatti quanto sia molto più facile psicologicamente accettare un’influenza da parte di un altro Paese occidentale e, nello specifico, un’influenza statunitense, il cui soft power ha permeato la cultura italiana dell’ultimo secolo. Gli italiani poi, tale influenza non è che l’hanno solo accettata, l’hanno proprio interiorizzata al punto tale da non proferire parola quando il governo italiano accettò l’istallazione di basi militari americane in territorio italiano, cosa a dir poco assurda in termini di sovranità territoriale di uno Stato. E quindi è bastato che qualche politico facesse riferimento al telegiornale ad una potenziale invasione di cinesi in Italia o al fatto che i cinesi avrebbero trasformato la penisola italiana in una loro colonia e via dicendo (intanto però nessun politico mi è parso mai scongiurare l’invasione degli americani o il fatto che diventassimo una colonia americana) e di colpo il dibattito nell’opinione pubblica è diventato questo.

 

 Un dibattito estremamente inconsistente considerando che mentre noi discutiamo di possibili apocalissi culturali, invasioni di cavallette dagli occhi a mandorla e di merce cinese per antonomasia di bassa qualità, nel frattempo il Governo “fa i fatti”. D’altronde, considerando che il BRI riproduce di 12 volte la spesa infrastrutturale del Piano Marshall, si può ben capire che il governo italiano, di quello che pensano gli Stati Uniti, se ne fa ben poco, coerentemente al pagnottismo endemico che caratterizza l'Italia dalla sua nascita. Hai voglia di stare a discutere all’infinito su i pro e i contro.


  Il secondo punto che si ha il dovere di affrontare è: in che modo il Sud sta venendo per l’ennesima volta fottuto mentre il dibattito viene deviato su discorsi fuorvianti e dall’esito inconsistente?

 Dal 2009 i cinesi hanno iniziato a investire sul porto greco del Pireo, dove sono concessionari delle banchine fino al 2052 in cambio di investimenti per mezzo miliardo di euro. In pochi anni Cosco (China Ocean Shipping Company, compagnia di Stato cinese) ha fatto di questo porto il proprio hub per le linee che transitano nel Mediterraneo e i traffici hanno iniziato a lievitare. In Grecia il gruppo ha mostrato per la prima volta quali sono le potenzialità del progetto Belt and Road Initiative perché i container movimentati sono passati dai 680.000 Teu del 2010 ai 3,5 milioni del 2017!

 

  E dunque, vera sfida per l’Italia nell’ambito della BRI si gioca sui mari. Il colosso cinese infatti ha in mente di investire miliardi per lo sviluppo e il potenziamento di infrastrutture portuali in grado di accogliere le grandi porta container destinate all’Europa settentrionale ma anche al continente africano. Già Paolo Gentiloni nel 2017, durante l'OBOR (The Belt and Road Forum for International Cooperation) a Pechino, propose al gigante cinese quali principali snodi nel Mediterraneo i porti delle città di Venezia, Trieste e Genova. Insomma, non proprio città da definire al centro del Mediterraneo. Non solo. Il memorandum d’intesa firmato a Roma lo scorso 23 marzo tra il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ed il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, sancendo l’adesione dell’Italia al BRI, ha definito i termini di un intervento diretto della China Communication Construction Company nell’ampliamento e nella gestione dei porti di Trieste e di Genova, ignorando totalmente le infrastrutture portuali del Mezzogiorno. Ciò significa che mentre i media italiani si dilungano in questioni ipocrite ed inconsistenti, il Sud è escluso dal più grande investimento infrastrutturale e strategico della storia recente. L’Italia infatti ha preferito totalmente ignorare la vocazione geografica del porto di Gioia Tauro all’interno del Mediterraneo come strumento di contatto con il resto dell’Europa sud–orientale e con il continente africano. Così come ha preferito ignorare l'importanza strategica dei porti siciliani e campani. E’ stata così fisiologicamente svilita la centralità europea del Mezzogiorno e in particolare del porto calabrese, il quale, oggi più che mai, necessiterebbe di un piano di sviluppo serio, in grado di portare investimenti e investitori che possano produrre ricchezza, sviluppo ed occupazione. E’ un ulteriore colpo mortale al Sud. Stiamo assistendo ad un avvenimento di portata finanziaria ed infrastrutturale globale, non vi è alcun dubbio, e che grazie all’Italia non terrà minimamente conto del Sud della penisola.

 

  Le domande da porsi allora sono: quante possibilità di sviluppo il sistema-Italia ha fatto perdere, sta facendo e farà perdere ancora al Sud? E come fare per riprenderci quella sovranità sui nostri territori che ci permetta di partecipare alla nuova sfida globale, sfida che, è evidente, dovremmo affrontare da soli, senza mediazioni di un Paese che anziché fare i nostri interessi, ci svilisce sempre più?

 Sicuramente il primo passo è quello di una compattezza di tutti i territori meridionali in termini di macro-regione che possa far fronte autonomamente ai propri interessi politici ed economici che il sistema italiano nega da 158 anni.

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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