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PROVE TECNICHE di SECESSIONE .1

di Carlo Dini

La sfida è quella di passare dalle critiche a un'indagine seria delle proposte. La piattaforma SUDEXIT si candida a diventare laboratorio di idee per il nuovo Sud. Il sogno dovrà potersi toccare con mano ed apparire ragionevole nella sua necessità.

L’ipotesi folle è la più ragionevole

 

C’è un’obiezione ricorrente, quando si parla di Sudexit, tra il provocatorio e lo scontato: “Cosa fareste da soli?”… Perché oggi fa chic fare il verso a quel patetico “senso di responsabilità” che trasforma qualsiasi celebroleso in intellettuale radical. Ed ecco la domanda che nasconde aride cecità vestite da pragmatismo, che se ci pensiamo bene, è un po’ come chiedere ad un cuoco del Titanic perché sta scappando e quale lavoro pensa di trovare sulla terraferma. Perché o si è ciechi oppure, se si vuole essere seriamente pragmatici, l’unico dato certo ed incontrovertibile è l’affondamento in atto del nostro Sud e da questo dato si deve partire. Lo dicono (e lo sanno, ndr) tutti ormai. E lo testimoniano le decine di migliaia di giovani che ogni anno lasciano le regioni meridionali con biglietto di sola andata. Gli indicatori macroeconomici disegnano una realtà che scivola su un piano inclinato senza speranza di poter frenare la caduta, vicina al punto di non ritorno. Troppo e sempre più grande il gap con il nord mentre gli ex paesi poveri dell’UE volano aiutati da basso costo del lavoro, investimenti e regimi fiscali di favore.

 

Con questa premessa la domanda andrebbe quindi ribaltata e chiedersi “Come potremmo mai rimanere in questo sistema Italia e sopravvivere?”. Coloro che hanno il coraggio di guardare ad un orizzonte un tantino più lontano sanno che non esiste una soluzione da benpensanti all'italiana. Se si ha una qualche intenzione di sopravvivere, si tratta di farsi coraggio e abbandonare la nave, costi quel che costi. Questa è la soluzione più ragionevole. Altrimenti AMEN.

 

Ridisegnare il futuro

 

Qualcuno potrà essere terrorizzato dal salto, ancorché indispensabile e ragionevole. Personalmente, l’idea di dover pensare di ridisegnare l’architettura di uno Stato è un’ipotesi che mi entusiasma molto più di quanto possa impensierirmi, sarà forse per il fatto che sono nato progettista-idealista prima ancora di esserlo per lavoro.

 

Questo pezzo apre una rassegna che abbiamo voluto chiamare CARTA BIANCA. Abbiamo la possibilità di sognare, disegnare un futuro possibile per il nostro Sud partendo da zero in tutti i sensi, purtroppo e anche per fortuna perché possiamo trasformare il ritardo in opportunità, avendo la possibilità di scegliere la strada migliore facendo esperienza degli errori degli altri. E’ ciò che viene chiamata economia del ritardo, quella (per esempio) che permette a chi deve fare investimenti di scegliere la migliore tecnologia e poter superare chi deve finire l’ammortamento di tecnologie obsolete.

 

La democrazia è morta

 

La discussione è aperta ed inizia con un ragionamento sul concetto di sovranità dal quale dipende la forma di stato e di governo. La Sovranità appartiene al Popolo. Questo è il principio fondante delle moderne democrazie ma al tempo stesso, possiamo però affermare senza rischio di smentita che queste democrazie (con rarissime eccezioni) sono belle che morte. La letteratura è piena di saggi su questo tema e la celebre dichiarazione di Churchill, secondo cui la democrazia fa schifo sebbene rimanga il migliore dei sistemi, è oggi tutta da dimostrare. Come negare che lo svuotamento dei sistemi elettivi da parte dei poteri economici ha di fatto generato dei pachidermi istituzionali inutili ed incapaci? La politica, di qualunque ispirazione, è nella gabbia di regole imposte dalla finanza globalizzata. E la cosa più sconcertante è che questa gabbia va di anno in anno a restringersi. Eppure, lo svuotamento di sovranità è solo la più macroscopica tra le cause di morte della democrazia. Se da un lato le discrezionalità operative sono state compromesse dallo strapotere delle regole dei mercati, dall’altro le competenze residuali sono andate a frammentarsi in un ginepraio di livelli decisionali con il risultato che i tempi dell’azione non hanno più nessun collegamento con i tempi della modernità. Basta un pomeriggio per mettere in ginocchio un Paese facendo schizzare il suo spread ma non sono sufficienti 20 anni per fare una legge sul conflitto di interessi. Ed il sistema garantista dei contrappesi e dei controlli incrociati ha cessato di essere una garanzia per divenire un ulteriore vantaggio per le lobby economico-finanziarie, le uniche sufficientemente strutturate per convogliare un’azione di governo verso risultati voluti. Facile immaginare che tutto ciò possa essere tra le cause della cronica incapacità delle democrazie moderne di gestire il futuro. Soluzioni tampone e scelte di basso compromesso sembrano le uniche possibili in un meccanismo dove l’attenzione al consenso è diventata una schiavitù. E se qualche anno fa l’orizzonte temporale con cui misurare l’azione di governo erano i tempi delle elezioni, oggi l’orizzonte è quello quotidiano dei like sui social. Il potere democratico, compresso tra lo svuotamento di sovranità e il ginepraio dei livelli decisionali, trova nel consenso a brevissimo termine la sua unica ragione di vita. Un po’ poco per affermare che la democrazia è viva ed ha un significato.

Con questo possiamo aprire la porta ad un’apologia degli assolutismi? Niente affatto, ma attenzione! Questo è ciò che il sistema delle cose ci sta portando a pensare, come se l’involuzione antidemocratica fosse un percorso obbligato indotto dalla ragionevolezza. Un giochetto che “nasconde” i soliti famosi poteri della finanza globalizzata interessati per ovvie ragioni a creare le precondizioni perché si arrivi a sperare in un superamento delle defunte democrazie in una prospettiva tecnocratica. A riguardo mi torna in mente il giochetto di quando certi liberisti con la complicità dei “progressisti” facevano di tutto per far andar male le aziende statali per poi ragionevolmente sostenere che sarebbe convenuto cederle (regalarle, ndr) ai privati.

 

La nuova democrazia

 

Abbiamo affermato che la democrazia è morta e che l’involuzione antidemocratica è un percorso voluto ma a ben guardare ciò che è fallito, incapace di rispondere alle necessità dei tempi (ossia è morto), non è la democrazia ma ciò che ci ostiniamo a chiamare tale. In effetti, il garantismo costituzionale, asse portante e distintivo della democrazia, è venuto meno con l’inizio del percorso di cessione della sovranità. Il principio universale per cui nessuno è al di sopra della legge è andato a farsi fottere nel momento in cui si è iniziato a delegare poteri sovrani ad organismi sovranazionali che hanno agito in barba alla Costituzione (la legge suprema dello Stato) aprendo la strada al sovra-potere dei mercati. Va da sé che il sistema “democratico” italiano è intrinsecamente illegittimo prima ancora che dannoso ed incapace, e quello europeo non è da meno.

Ciò significa mandare tutto a puttane? L’Italia è sicuramente un cancro irrecuperabile, tutto il resto può attendere (con il beneficio del dubbio) ma solo perché ciò che è giusto ed auspicabile non sempre è la cosa migliore.

Riprendiamo il filo del discorso e cerchiamo di capire come declinare il concetto di sovranità popolare nel quadro di un nuovo ordine di un Sud autonomo finalmente libero dall’Italia.

Alla prossima.

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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