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AUTONOMIA DIFFERENZIATA: L'istituzionalizzazione del Sud Colonia

di Salvatore Leonardi

Mentre si discute di modalità e tempi, come può essere giustificato il silenzio delle istituzioni sulla totale discrepanza tra princìpi enunciati in Costituzione e princìpi applicati nella realtà? Il Sud colonia è davvero il punto di arrivo di questa Italia.

In questi ultimi mesi, con la conclusione delle procedure previste dall’art. 116 della Costituzione sulle autonomie locali, si sono moltiplicati gli interventi apparsi sulla stampa e sui media.

L’approccio, per quanto ogni autore apporti posizioni diversificate sull'argomento, parte sempre dagli stessi presupposti che a mio parere limitano la comprensione di quanto sta accadendo e delle sue conseguenze. 

Gli interventi dibattono in gran parte sugli eventuali rischi di incostituzionalità e sulle conseguenze che le maggiori autonomie concesse alle regioni di Lombardia e Veneto ed in parte Emilia-Romagna produrrebbero nel creare situazioni discriminatorie tra regione e regione. Le conseguenze, come viene affermato da una gran parte degli interventi, produrrebbero una parcellizzazione della necessaria unitarietà di funzioni dello stato quali la sanità, le grandi infrastrutture, il sistema educativo dalla scuola alle università fino alla ricerca, in una parola l’unitarietà della Nazione. Che tutto questo sia senz’altro vero, che queste maggiori autonomie creeranno cittadini di serie A e di serie B appare lampante, direi scontato. Tutti, dai giornalisti ai costituzionalisti interpellati, concordano, seppur con accenti diversi, sui rischi di uno squilibrio dei diritti indisponibili dei cittadini italiani, come invece affermati e tutelati dalla Carta Costituzionale almeno a livello di principi enunciati.

 

Orbene è proprio su questo aspetto ovvero i principi enunciati dalla Costituzione e richiamati da tutti i commentatori che c’è qualcosa di “non detto” che appare del tutto inaccettabile: i principi enunciati in Costituzione e i principi applicati nella realtà.

Chi può credere che in Italia i cittadini godano di una tutela dei principi enunciati dalla Costituzione in maniera eguale, simile, equivalente seppur limitata dal necessario principio di realtà?

Chi può credere che un cittadino della provincia di Caltanissetta goda degli stessi trattamenti sanitari di quello residente nella provincia autonoma di Trento? Chi può credere che un italiano residente a Matera possa spostarsi in tempi accettabili con mezzi pubblici per recarsi a Potenza come quello che risiede a Rovigo per andare a Ravenna?

La solita obiezione del popolo leghista (e non solo leghista) è che la responsabilità è dei meridionali che sprecano i finanziamenti che lo Stato devolve al Sud. Risorse prodotte al Nord e sperperate per 70 anni da una classe corrotta e clientelare.

E’ vero. Da una parte va riconosciuto che le strutture pubbliche e le amministrazioni locali del meridione mostrano in molti casi una manifesta inefficienza (questo potrebbe valere per la Sanità, con la controprova del cosiddetto turismo sanitario da Sud verso Nord) e comunque bisognerebbe indagare sui retroscena di questa inefficienza, spesso indotta e coltivata ad hoc affinché si abbiano proprio gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti: il grande business del turismo sanitario. Ma per Matera, per dirne una, cosa c’entra l’inefficienza? Matera, capitale della cultura 2019 (!) attende una linea ferroviaria dal 1861! 

 

Dopo ben 158 anni dall’unità d’Italia ampie zone del Sud continentale, della Sicilia e della Sardegna non hanno mai visto una linea ferroviaria, non una autostrada: 70 anni di Repubblica non sono stati sufficienti per terminare la Salerno-Reggio Calabria, il cui completamento è stato inaugurato da innumerevoli Governi e Ministri ma manca sempre qualche chilometro. Sicilia e Sardegna non ne posseggono alcun tratto. Da Milano i treni ad alta velocità si fermano a Napoli, qualcuno procede per Salerno. Cristo si ferma ancora oggi ad Eboli!!

 

Quando si parla di prolungare l’alta velocità a Bari, che non è proprio un paese, si parla di spreco di denaro pubblico, quello stesso denaro pubblico che invece viene invocato in maniera parossistica dai rappresentati delle Regioni del Nord quando si parla di trafori, di varianti di valico, di raddoppi autostradali, di pedemontane , di BreBeMi, di bretelle e quant’altro perché, è la motivazione costante, le infrastrutture servono ad ammodernare l’area italiana produttiva che deve contare su una logistica autostradale, ferroviaria, aeroportuale e portuale per essere messa in grado di competere con le progredite economie continentali. Quando lo Stato centrale stanzia fondi al Sud si grida allo sperpero di risorse prodotte al nord per mantenere un sud improduttivo. Quando si spende il decuplo per infrastrutture al nord non si parla di trasferimento di risorse verso l’area più ricca del paese ma si parla di risorse spese per il progresso dell’Italia.

 

Ancora, nell'affrontare il problema delle autonomie, si dimentica che fin dalla conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1861, con i Governi dell’Italia post-unitaria prima, con il Fascismo poi, ed infine con la Repubblica, lo schema di governo è rimasto sempre lo stesso: una parte produce, l’altra consuma. Il Sud è stato tenuto per scelta governativa in una condizione di subalternità, è stato concepito come mercato di sbocco per le merci prodotte al nord, come serbatoio di manodopera a basso costo per il triangolo industriale Milano-Torino-Genova che, al momento dell’unità, è bene tenerlo sempre presente, non esisteva.

Non si può dimenticare la lunga storia che ha prodotto, non casualmente, questo divario. Studi molteplici hanno provato che al momento dell’unità il divario non era così profondo come lo è ora, anzi. Allora limitare all'oggi la discussione per valutare e giudicare l’attuale problema delle autonomie appare fuorviante.

Se nella cosiddetta Padania per decenni nel XIX secolo imperversava la pellagra tra le classi povere lombarde, se nel maggio del 1898 il generale Bava-Beccaris sedava la rivolta del pane a Milano sparando cannonate sulla popolazione inerme e uccidendo 180 civili, se Mussolini inviava nei terreni bonificati delle paludi di Maccarese i contadini veneti ed emiliani e i contadini friulani e veneti nei terreni bonificati delle paludi pontine perché quei contadini erano tra i più poveri in Italia, se nel secondo dopoguerra il Polesine ed ampie aree del Veneto vedevano partire decine di migliaia di emigranti per l’estero ed ora quelle regioni sono la punta di lancia dell’economia e della società italiana le conclusioni sono obbligate.

 

Delle due l’una: o una politica lunga oltre 150 anni ha creato con il concorso di tutto il popolo italiano, sud compreso, le condizioni per lo sviluppo di una parte soltanto della nazione a detrimento di un’altra oppure una parte dell’Italia è “AFRICA”, abitato da gente rozza che viveva in condizioni simili a bestie e perciò stesso irredimibile. E dato che la Storia ci dice il contrario, va da sé che vale la prima.

Concludo riportando una frase che ebbe a pronunciare il Direttore della Banca Nazionale Carlo Brombini, intimo amico del Cavour, "Il Sud Italia deve essere messo nelle condizioni di non produrre mai più." L'auspicio di tanto esimio italiano si è puntualmente avverato. Ora sembra arrivato il momento, per la parte d'Italia messa in condizione di produrre a detrimento dell'altra, di tirare le reti del successo drogato e portarsi a casa il malloppo. Un libro pubblicato qualche mese fa da Pino Aprile ha un titolo emblematico "L'Italia è finita... e forse è meglio così".

Forse... più che discutere di autonomia delle regioni ricche è arrivato il momento che le popolazioni del Sud, costrette a vivere come colonia di un'altra parte dell'Italia, non si limitino a chiedere anch'esse maggiore autonomia ma comincino a formulare un piano di rinascita che le porti a riprendere in mano, direttamente, il proprio destino anche se questo dovesse portare a conseguenze estreme per l'unità del paese.

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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