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LO STRANO (e scandaloso) CASO di BANCO NAPOLI

di Salvatore Leonardi

Lo scippo di Stato, ovvero come è stato cancellato un altro capitolo della storia del Sud

Qualcuno si chiederà che senso ha parlare di una Banca morta e sepolta, che valore può avere discutere oggi, con tutti i problemi che investono il Sud, di un destino ormai segnato e non focalizzare piuttosto l’attenzione e gli sforzi su temi più attuali che coinvolgono nell’immediato i bisogni e le aspettative delle popolazioni meridionali. Ebbene l’esistenza di una banca o la sua assenza, in un territorio di riferimento storico-culturale, ha una ricaduta immediata sulla quotidianità della società di riferimento che va ben oltre il ruolo della sua missione di banca.

Pensate solo alle attività sociali, culturali e di supporto alla società civile che una qualsiasi banca può finanziare e al deserto di iniziative che la sua assenza può significare. Pensate ad un territorio così vasto come l’ex Regno delle Due Sicilie completamente debanchizzato ed in mano a banche del Nord che hanno i loro interessi lontano dal territorio, che rispondono ad interessi dei propri territori di riferimento, che raccolgono risorse dai nostri territori per utilizzarle lontano dal Sud non è ancora tutto. Ecco perché dobbiamo trovare una soluzione alla scomparsa, non casuale, del Banco di Napoli.

Pochi cenni storici:

Il nome Banco di Napoli lo si deve a Ferdinando IV, Re di Napoli, che nel 1794 volle riunire sotto un unico ente tutti i banchi che a vario titolo esercitavano attività bancarie nel Reame. Tuttavia l’attività del Banco ha origini ben più lontane. Secondo alcuni studiosi la sua fondazione risale addirittura al 1463 quando iniziarono la loro attività i banchi pubblici dei luoghi pii, che dettero vita, nel 1539, al Banco di Pietà. Durante la breve parentesi murattiana il Banco assunse il nome di

Banco delle Due Sicilie e infine nel 1849 il nome di Banco di Napoli e Banco di Sicilia. Va notato che seppure sotto vari nomi, l’esercizio continuo delle attività bancarie o proto bancarie fanno del Banco di Napoli la più antica banca del mondo con attività bancaria continuativa.

Tuttavia, nonostante la fine traumatica del Regno, il Banco di Napoli a riprova della sua vitalità, espande le sue attività aprendo filiali a Firenze, Roma e Milano. All’inizio del nuovo secolo sarà la prima banca italiana ad aprire filiali all’estero, New York, Chicago e Buenos Aires. Nel 1913 opererà in Libia, successivamente nell’Africa Orientale Italiana ed infine in Albania con filiali a Tirana e Durazzo. Nel 1931, primo istituto bancario in Italia, si dota di un Centro Studi e di una Rivista di Economia incentrata su problematiche meridionali. Infine con la data del 26 novembre 2018 si certifica la fine dell’Istituto con l’incorporazione definitiva nel Gruppo Intesa San Paolo di Torino.(1)

Così, ancora una volta Torino sembra incarnare un destino infame nei confronti del Sud Italia: 1860 la conquista armata del Regno delle Due Sicilie e 2018 la fine del prestigioso Banco di Napoli ad opera del Gruppo Intesa San Paolo di Torino. Sembra un accanimento della storia.

Ma non è detto che questo destino sia già scritto nella pietra…

Cronistoria di uno scippo:

L’operazione con la quale si portò a compimento la distruzione del Banco di Napoli risale ai primi anni ’80. In quel tempo la Cassa del Mezzogiorno affidò a numerose aziende opere che successivamente avrebbe finanziato con i fondi messi a disposizione della Cassa medesima. L’operazione non era di poco conto poiché impegnava una somma totale di circa 7 miliardi di euro equivalenti sebbene suddivisa su alcune decine di migliaia di operazioni. Dunque su indicazione espressa della Cassa del Mezzogiorno, il Banco di Napoli anticipò i finanziamenti, sotto forma di prestiti, alle società beneficiarie dei lavori.

Accadde però che il 6 agosto 1984 con Decreto del Presidente della Repubblica, il Governo soppresse la Cassa del Mezzogiorno senza provvedere al rimborso dei finanziamenti che il Banco aveva erogato su indicazione della Cassa stessa. In un paese normale questa operazione sarebbe stata sanata con stanziamenti a carico del Governo, non potendosi ritenere il Banco responsabile di tale situazione. In un paese normale ma non in Italia. Trattandosi di una Banca del Sud non accadde nulla (salta agli occhi il ben diverso trattamento ricevuto in questi ultimi anni da altre banche del centro-nord, un esempio su tutti: il Monte dei Paschi di Siena). Sta di fatto che l’allora Governatore della Banca d’Italia, Fazio e l’allora Ministro del Tesoro Ciampi dichiararono inesigibili (e su

questo aspetto ci torneremo più oltre) i crediti del Banco, concludendo che il Banco, in questa situazione, era a rischio fallimento. Nei fatti si ingiungeva al Banco di reperire i fondi necessari alla ricostituzione del Capitale, ponendone in vendita il 60% del suo valore. In sostanza la vendita della maggioranza del valore della Banca prefigurava e imponeva la vendita del Banco stesso. Non è superfluo ricordare che nonostante le notevoli traversie dovute ad intromissioni della politica sull’Istituto, che ne aveva danneggiato enormemente l’equilibrio societario, il Banco “alla fine del 1994 era la settima banca italiana con 810 sportelli e 13 controllate che operavano in tutto il mondo”. (2)

Per brevità di esposizione e per non avvolgersi in un contorto susseguirsi di tecnicità procedo per singoli punti.

  1. 1997: Il Ministro del Tesoro organizza un’asta pubblica di vendita;
  2. All’asta furono presentate due OPA (Offerta Pubblica d’Acquisto); la prima da Mediocredito Centrale (Istituto del Sud) per 400 miliardi di lire, una seconda da BNL e INA per 61 miliardi di lire;
  3. Il Ministro del Tesoro, (scandalosamente?), assegnò la vendita alla BNL-INA. A nulla valsero le proteste di Mediocredito.

Perché?

Come potevano il Ministro del Tesoro e la Banca d’Italia preferire una offerta così indecentemente inferiore rispetto ad un’altra? Come potevano non tener conto degli interessi del Banco di Napoli?

Come potevano due istituzioni deputate al controllo ed alla protezione degli Istituti bancari italiani arrecare un danno così enorme e pregiudizievole nei confronti di una delle più importanti Banche cui erano tenuti ad operare nel senso del minor danno o del maggior vantaggio? Per un motivo sorprendente ma scandaloso, un monumento al conflitto di interessi: il Ministero del Tesoro deteneva a quel tempo la totalità delle azioni di BNL! (3)

In un paese normale una cosa del genere avrebbe creato quanto meno imbarazzo nel Governo, sulla stampa nazionale si sarebbe rilevata l’inusuale assegnazione. Nulla di tutto questo. Come già detto, l’Italia non è un paese normale soprattutto quando in gioco ci sono gli interessi del Sud Italia e nulla avvenne, nonostante fosse di pubblico dominio il danno irreparabile che avrebbe prodotto all’economia ed alla società meridionale nel suo insieme, come poi di fatto avvenne. “Il tracollo e la conseguente vendita del Banco di Napoli ebbe effetti a dir poco destabilizzanti per il Mezzogiorno”.(4)

Ma procediamo di nuovo per punti perché la storia riserva fatti ancora più incredibili.

4. Nel 1999 la banca torinese San Paolo-IMI chiede di poter acquistare il 60% del Banco di Napoli offrendo 1.000 miliardi. E’ il caso di notare che una banca, liberamente, in base a sue valutazioni di interesse societario offre, a soli 2 anni di distanza, una somma 16 volte più alta di quella per la quale era stata pagata da BNL-INA.

5. Successivamente la San Paolo IMI offrirà 6.000 miliardi per acquisire il restante 40% ancora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli.

6. Facciamo due conti: secondo i canoni criminali imposti dal Ministero del Tesoro al momento della prima asta, se il 60% valeva 61 miliardi, il restante 40% sarebbe potuto essere stimato, circa 40 miliardi, che fanno circa 100 miliardi in totale. E cosa fa la San Paolo-IMI? Offre 6.000 miliardi, cioè 60 volte il valore d’asta! BNL-INA e Tesoro incassano un guadagno stratosferico nel giro di due soli anni!

Ma torniamo a questo punto ai crediti considerati inesigibili dal Ministro Ciampi e che sono alla base del tracollo del’Istituto bancario. Viene costituita la cosiddetta Bad Bank (SGA: Società Gestione Attività) istituita ai sensi del decreto Sindona che ha come scopo societario il recupero dei crediti inesigibili. Che invece tanto inesigibili poi non erano, se la SGA riuscirà a recuperare circa il 94% di questi crediti per un valore di circa 6 miliardi di euro. Oggi, quando si parla di crediti incagliati o inesigibili per le banche europee, pensare di poterne recuperare il 94% con le Bad Bank costituite all’uopo è pura follia. “Se solo si vuole tener conto che la più ottimistica previsione di recupero, all’epoca del salvataggio del Banco, non andava oltre il 50% dei “crediti spazzatura”, sembra legittimo che una parte degli addetti ai lavori affollassero le colonne dei quotidiani partenopei per rivendicare la verità su quanto allora stesse accadendo”(5). Tradotto in linguaggio meno tecnico la stampa specializzata si chiedeva come fosse stato possibile, dichiarando spazzatura crediti assolutamente esigibili, condannare a morte un Istituto prestigioso come il Banco di Napoli. Ma non è ancora finita.

La SGA ha ottenuto enormi utili nel recupero crediti considerati inesigibili dall’allora Ministro del Tesoro Campi. Nel 2017, in una lettera a firma del deputato napoletano Leonardo Impegno e diretta a Matteo Orfini, in qualità di Presidente del PD, si chiede di intervenire sul caso del Banco di

Napoli e sull’enorme utile accumulato dalla SGA, che al momento della liquidazione fruttò al Tesoro una somma poco inferiore al miliardo di euro. A questo proposito il Professore Paolo Pantani, già docente universitario, ha ricordato che “la SGA del Banco di Napoli ha ottenuto enormi utili dalla riscossione dei crediti considerati inesigibili e grazie a questo profitto la Banca d’Italia ha potuto creare il Fondo Atlante con cui sono state salvate le banche del Nord. Un paradosso” (6). Ma perché questa storia che ha dell’incredibile, questo scippo che fu perpetrato a danno del Banco di Napoli, distruggendo di fatto il sistema creditizio del Sud (oggi invaso da una miriade di banche con sede legale nel nord), perché tutto ciò è accaduto nel silenzio assordante delle Istituzioni centrali dello Stato italiano? In un articolo pubblicato dal “ildenaro.it” il 25 ottobre 2017 si scrive “Forse perché i protagonisti di quello che tutti hanno definito uno scippo, sono uomini molto potenti”(7). Lo stesso Giannola, Presidente SVIMEZ dal 2010, sosteneva che “i risultati raggiunti dalla SGA dovevano indurre ad una seria riflessione circa la qualità dell’attivo patrimoniale del Banco e su come fu gestita l’intera vendita privando l’economia del Sud di un punto di riferimento”. Ma anche dopo queste prestigiose e autorevoli prese di posizione nulla è accaduto. E tuttavia è stato ancora il professor Adriano Giannola a porre il dito sulla piaga purulenta dello scippo orchestrato ai danni de Banco di Napoli e a indicare una seppur lieve possibilità di riscatto: “Il vero tema su cui lavorare - prosegue Giannola- è quello relativo ai diritti degli azionisti perché solo così sarebbe possibile giungere all’obiettivo più importante, vale a dire la ricostruzione di un patrimonio della comunità meridionale che, se ben gestito, può garantire un flusso perpetuo di risorse a beneficio del territorio”.(8)

Alcune considerazioni finali:

La nuda cronistoria sulla fine ingloriosa del Banco di Napoli può da sola rendere evidente plasticamente come questo paese ha sempre utilizzato due pesi e due misure sulla base di un crudo principio geografico. Tutto ciò che attiene agli interessi dei territori e delle popolazioni che facevano parte del Regno delle Due Sicilie viene gestito e trattato come se i suoi abitanti fossero figli di un dio minore. Il Banco di Napoli era rimasto l’unico grande presidio bancario degli interessi del Sud rispetto ai preponderanti interessi economico-finanziari del sistema bancario del Nord Italia. E perciò alla prima occasione doveva essere eliminato. Alla fine degli anni ’90, dopo aver sterilizzato il Banco, una miriade di banche piccole, medie e grandi hanno invaso i territori del Sud Italia prima presidiato dal Banco di Napoli. L’incorporazione del Banco da parte di San Paolo- IMI ha solo certificato una situazione già prefigurata alla fine degli anni ’90 con la vendita (criminale?) del 60% del Banco. Non appare difficile pensare che se invece del Banco all’epoca si fosse trattato del Monte dei Paschi di Siena le Autorità centrali avrebbero messo in atto ben altre strategie per salvaguardare quello che era sempre stato considerato a ragione un patrimonio del paese, come di fatto poi è accaduto. E la storia infame della fine del Banco è solo una delle tante che hanno marchiato (si marchiato non macchiato) a fuoco il destino del Sud Italia. In questi giorni, l’ultimo avvenimento in senso cronologico; Venezia e Matera (ma non solo) sono state interessate da violenti fenomeni atmosferici. Per Venezia giustamente sono state mobilitate risorse nazionali importanti, giornali e TV hanno dato inizio a raccolta di fondi per la città veneta.

Qualcuno ha sentito cose simili per Matera, sito UNESCO e quest’anno Capitale Culturale d’Europa?

Ognuno è libero di trarre le sue personali conseguenze. Personalmente propendo a credere che i popoli del Sud stiano prendendo coscienza delle proprie identità calpestate, seppur lentamente e tra mille contraddizioni. Ormai sempre più spesso sento dire “o saremo considerati cittadini alla pari o allora è meglio andarcene per nostro conto”. E, a mio modesto avviso ritengo che un atteggiamento coloniale che dura da ben 159 non potrà mai cambiare.

 

 

 

NOTE

(1) Enciclopedia Italiana 1934-1938 - Bibl. E. Tortora, Raccolta di documenti storici, leggi e

regole concernenti il Banco di Napoli, Napoli 1882 – Il Messaggero 23.11.2018

(2) iusinitinere.it 30 gennaio 2019.

(3) Imola Oggi.it 24 novembre 2018

(4) Iusinitinere.it 30 gennaio 2019

(5) Ibidem

(6) ildenaro.it 25.10.2017

(7) ibidem

(8) ildenaro.it 24 novembre 2018

ROMA, 06.12.2019

 

 

 

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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