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GOVERNO FORMALE, GOVERNO SOSTANZIALE E MEZZOGIORNO FOTTUTO A PRESCINDERE

di Salvatore Leonardi

La scomparsa progressiva dei grandi gruppi economici al Sud è la vera condanna ad una marginalità irrimediabile nei tavoli delle decisioni.

Questa crisi mondiale passerà come tutte le altre ma a differenza di quelle precedenti inciderà un solco più profondo e duraturo su tutto il pianeta. E’ difficile adesso pronosticare quali saranno le ricadute sociali, economiche, politiche e geopolitiche che questa pandemia ci lascerà in eredità. Ma qualcosa si può senz’altro provare a dire su quale realtà ci troveremo ad affrontare, cosa non potrà più essere come prima, almeno a livello nazionale.

In Italia la crisi ha investito pesantemente il tessuto produttivo delle diverse regioni d’Italia, in maniera asimmetrica. Da una parte ha distrutto miti di efficienza consolidati da oltre un secolo, dall’altra ha evidenziato capacità organizzative dai più ritenute insospettate. Ha mostrato quante eccellenze vengono mortificate da una direzione politica nazionale che discrimina da sempre e pesantemente una parte significativa del suo territorio e della sua popolazione.

Queste forme di discriminazione territoriale sono presenti in ogni paese a democrazia matura. In Gran Bretagna (Galles), in Spagna (Estremadura) o in Gemania (Makleburgo-Pomerania) esistono aree più povere o neglette dai governi centrali. Ma è solo in Italia che questo problema ha assunto il carattere di problema storico, cronico, apparentemente insuperabile. Eppure la storia lontana e più recente ha registrato tentativi (o supposti tali) per superare questo binomio. Almeno così è stato raccontato dagli storici dopo l’unità. Ma tutto è stato vano: il cappio che stringe l’economia e la vita sociale del mezzogiorno d’Italia invece di allentarsi diviene sempre più soffocante.

E’ evidente che la classe politica meridionale ha avuto una grande responsabilità nel perpetuare questa situazione. Ma l’inadeguatezza e il tradimento della classe politica meridionale può bastare per spiegare solo una parte del problema. Cesare Lombroso nel XIX secolo sostenne che nei caratteri somatici si poteva rintracciare la propensione criminale di un individuo o la sua inferiorità. Su questa teoria furono giustificate esecuzioni sommarie e carcerazioni di migliaia di meridionali. Siamo così giunti ad un bivio. Se in 160 anni dall’unità d’Italia le popolazioni meridionali sono in questo stato di soggezione economico-sociale, le risposte possono essere solo due: o le popolazioni meridionali rappresentano un elemento di sottosviluppo dovuto ad una non meglio inferiorità razziale o la risposta deve ricercarsi in meccanismi politico-economici presenti nella società italiana dopo l’unità. Rifiutato il discrimine razziale resta solo la seconda ipotesi.

 

Perciò ritorniamo al cappio.

Si sono scritte intere biblioteche di libri sul perché del disagio economico e sociale del Mezzogiorno, si sono messi in opera tentativi più o meno reali o più o meno efficaci. Il problema non solo è rimasto ma si è aggravato negli ultimi 30 anni ed è in cronico peggioramento. Va ricordato che all’indomani dell’unità le regioni meridionali furono occupate per decenni da 120.000 armati che operavano in zona di guerra nel quadro della legge Pica, del tutto simile ad una legge marziale. Questo pesantissimo handicap iniziale non è mai stato messo nella sua giusta luce. Provate a partire, in una gara a due, con una gamba legata. Oppure, provate a chiudere l’Italia di oggi per 10 anni causa contagio e vediamo poi come questa Italia, oggi secondo paese manifatturiero d’Europa, potrà gareggiare in futuro sui mercati mondiali con gli altri paesi d’Europa.

Ma torniamo all’oggi. Dopo la creazione dell’Unione Europea, come altri paesi aderenti, l’Italia ha usufruito di cospicui finanziamenti per sostenere lo sviluppo delle aree sottoutilizzate. E’ così che vaste zone di paesi dell’est europeo, in Polonia e Slovacchia per citare i più noti,  ha portato queste aree a centrare gli obiettivi minimi posti dall’Unione Europea. Così non è stato per il Mezzogiorno. In pochi decenni molti paesi aderenti all’UE sono riusciti laddove l’Italia ha fallito.

 

Di nuovo, perché?

Mi permetto di avanzare qualche ipotesi. Al momento dell’unità d’Italia nel 1860, la situazione socio economica della penisola, suddivisa in numerosi stati, mostrava secondo recenti studi economici (V. Daniele e P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011 – Rubbettino Editore 2011) un sostanziale livello di uniformità di aree avanzate ed altre più arretrate che non si sovrapponevano ai confini degli stati preesistenti l’unità d’Italia. Nella pianura padana le popolazioni rurali erano flagellate dalla pellagra per via di una alimentazione basata in gran parte sul consumo della polenta. La Fondazione Umberto Veronesi afferma: “Secondo la prima indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, 100mila persone in Italia ne erano affette, erano quasi tutti contadini e 9 su 10 vivevano fra Veneto, Emilia e Lombardia”. Nel sud Italia vaste aree vivevano prevalentemente di economia agricola di sussistenza ed autoconsumo. Pochi gli opifici concentrati in Piemonte al nord e in Campania al sud. Facciamo un salto di 150 anni e avanziamo una riflessione sul sistema politico o meglio sulle forme politiche assunte in Italia, in particolare negli ultimi 30 anni.

L’Italia, come tutte le “democrazie” occidentali è retta da un Governo e da un Parlamento eletto a suffragio universale dove vige l’economia liberale di mercato. I settori strategici vengono presidiati da imprese controllate o partecipate direttamente dallo Stato. Fin qui, a grandi linee, tutto chiaro. Ma ogni persona di media cultura e mediamente informata sa che questa è solo la teoria, la sovrastruttura, avrebbe detto un noto filosofo del XIX secolo. In questo mondo fortemente globalizzato e interconnesso la finanza internazionale muove con un semplice click enormi capitali che di fatto condizionano i governi, “espressione della volontà popolare”. Questa affermazione, valida a livello globale, è ancor più vera su un teatro nazionale, più limitato e perciò facilmente condizionabile da un gruppo ben organizzato e portatore di interessi particolari. In teoria una democrazia dà modo agli interessi di categoria di contrapporsi dialetticamente ed eventualmente ricomporsi su un compromesso che “dovrebbe salvaguardare” gli interessi di tutte le categorie per confluire infine su un interesse collettivo e condiviso. Ma anche qui siamo solo alla teoria. Nella pratica tutti sappiamo che i corpi cosiddetti intermedi, le categorie di cittadini liberamente organizzate, hanno forze di condizionamento ben diverse l’una dall’altra. Chi forma, chi condiziona in gran parte l’opinione pubblica di una democrazia matura sono la carta stampata, le Tv, più in generale quelli che vengono definiti “i media”. Chi condiziona gran parte dell’azione di governo, delle sue scelte in materia economica sono lobby portatrici di interessi particolari. Solo queste hanno la possibilità concreta, organizzativa ed economica, di raggiungere i rappresentanti in parlamento, di “informarli” sulle ricadute economiche di scelte legislative, di direzionarli verso interessi particolari che nulla, troppo spesso, hanno a che vedere con l‘interesse generale.

In Italia non è difficile individuare quali sono questi grumi di interesse in grado di vantare un rapporto diretto con il governo nazionale e con i sui rappresentati: ABI (Associazione Bancaria Italiana) e Confindustria per citare i più importanti. Troppi esempi potrebbero essere addotti a conferma di questa affermazione. Ne basti una: nessun governo è mai stato in grado di governare a lungo contro gli interessi bancari e confindustriali. La potenza di fuoco di queste due categorie è immensa. Si guardi alla carta stampata. Non c’è nessun giornale a grande tiratura o TV nazionali che non abbia come proprietario un imprenditore. Di più. Un imprenditore che vuole raggiungere grandi obiettivi se non ha un giornale, lo compra, se non lo ha, lo fonda. Ma si sa che i giornali costano e allora si approfitta di una legge democratica, pensata per ben altri fini, per ottenere finanziamenti dallo stato. Siamo al capolavoro di falsa democrazia! Sono proprietario di un giornale e con questo conquisto una buona stampa verso la pubblica opinione. Ma i costi sono alti e utilizzo lo stato per finanziare il mio giornale. Mi faccio finanziare dalla collettività un giornale al servizio dei miei interessi particolari. Non è un meraviglioso? Negli USA, con tutti i difetti di quella democrazia, la stampa è considerata non a torto il IV potere. Una inchiesta giornalistica costrinse il presidente Nixon a dimettersi. In Italia i giornalisti sono nella stragrande maggioranza paladini degli interessi economici dei loro datori di lavoro. Il partito di Confindustria, perché così sarebbe più corretto chiamarlo, attraverso il suo presidente non si comporta come portatore di interessi particolari ma si contrappone direttamente al governo quando le decisioni in materia economica vengono appena annunciate e non condivise.

 

E purtroppo ancora non basta.

Confindustria è come una scatola cinese, come una matrioska che contiene al suo interno le confindustrie regionali. Dentro la matrioska più grande c’è quella successiva: la matrioska lombarda. Forte del peso economico dei suoi associati, questa condiziona pesantemente quella nazionale. E la realtà di questi giorni ce lo conferma in modo plateale. La matrioska lombarda direziona fortemente confindustria nazionale e questa eterodirige le scelte di politica nazionale. Bonomi, attuale presidente di Confindustria Lombardia, è stato designato come prossimo presidente di Confindustria. E cosa fa il nostro, ripeto, non ancora formalmente presidente? “Invita” il governo nazionale a dar luce verde alla riapertura delle fabbriche in Lombardia, fottendosene ampiamente del fatto che la Lombardia, sotto tutti i parametri, è ancora in piena crisi da coronavirus. Ha già contagiato l’Italia una volta. Una seconda prematura apertura rischierebbe di schiantare il paese con una ripartenza del contagio. Perché? Forse non ha capito la gravità della situazione? Assolutamente no. Ritengo che voglia applicare nei fatti quello che Boris Johnson definì immunità di gregge. Che il contagio si espanda, chi si ammala sarà curato, chi muore sarà sostituito ma in questo modo non si perdono quote di mercato. Ecco chiaramente disvelata la vera malattia di questa società: il profitto innanzitutto, a qualsiasi costo, sempre e comunque. Il profitto sarà privato, i costi sanitari saranno a carico della collettività. Grande senso dello stato per chi si offre come insostituibile classe dirigente di questo paese! Le correlazioni descritte sembrano una forzatura semplificatrice? Assolutamente no. Basta guardare cosa è successo durante l’imperversare di questo contagio. La Lombardia NON è mai stata in quarantena come il resto d’Italia. Bergamo e Brescia sono state il focolaio centrale del coronavirus proprio perché in quelle due province c’è stata la più grande concentrazione di industrie aperte nonostante il resto della nazione fosse in quarantena. La spudoratezza delle TV al seguito del padrone giunge ad affermarlo apertamente in una trasmissione TV Mediaset: -al nord il contagio è maggiore perché le persone sono più ligie al lavoro (!?!)-. Non è incredibile? Eppure è stato detto senza vergogna. Quindi, alla fine la matrioska confindustria Lombardia, forte del suo 24% di pil, condiziona confindustria nazionale che a sua volta condiziona fortemente le scelte di politica economica nazionale. L’asse padano fa il resto. E il resto d’Italia? Per quanto può, seguirà. Ed è così che nascono i forti squilibri sul territorio nazionale.

Qualche esempio.

Le ferrovie? Esistono solo al nord. Si bucano le Alpi per l’ennesima volta con costi stratosferici (TAV Torino Lione) ma l’attuale ministro alle infrastrutture dichiara che l’alta velocità tra Napoli e Bari non è una priorità. Si costruiscono doppioni di autostrade in Lombardia (es. la BreBeMi) ma si dimentica che la Basilicata ha una sola superstrada per raggiungere Potenza e Matera, la quale aspetta un treno dal 1860! Si firma l’accordo con la Cina sulla via della seta per mare e si sottoscrive l’obbligo per le navi cinesi di utilizzare solo i terminal portuali di Genova e Trieste passando davanti ai porti di Napoli e Bari per non menzionare il porto per container di Gioia Tauro. Costruito per divenire il primo porto container del Mediterraneo e dimenticato perché non è stata mai costruita la ferrovia ad alta capacità per merci. Crolla il ponte a Genova e giustamente si mette in cantiere uno sforzo straordinario ed i corrispondenti capitali nazionali. In un poco più di un anno il ponte sarà consegnato alla Liguria. Anche in Sicilia c’è un ponte che porta lo stesso nome, Morandi, ha la stessa età di quello di Genova, chiuso per rischio crollo da più di 1000 giorni (MILLE!); qualcuno ne ha sentito parlare dai media nazionali? Il viadotto Himera, crollato nel 2015, ha spezzato in due la A19, unica superstrada che collega Palermo e Catania; dopo 5 anni non è stato ancora terminato. Sarebbe noioso continuare. Il problema di questo paese è ben chiaro: c’è una politica nazionale, ostaggio di gruppi di potere ben noti, che direzionano le priorità delle scelte di politica economica in modo vergognoso. Mai le due Italie erano state così lontane l’una dall’altra e le popolazioni della parte negletta dell’Italia stanno lentamente prendendo coscienza di questa discriminazione a loro danno che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza: scuola, sanità, trasporti, servizi sociali etc. Finalmente questa situazione di sottomissione agli interessi dominanti non viene più accettata supinamente. Riporto alcune conclusioni cui giungeva uno dei più prestigiosi studiosi di dottrine politiche che l’Italia abbia avuto, Gaetano Mosca. “In tutti i paesi arrivati ad un grado di cultura … la classe politica giustifica il suo potere appoggiandolo ad una credenza o ad un sentimento in quell’epoca ed in quel popolo generalmente accettati. I quali potrebbero essere, secondo i casi, la presunta volontà del popolo … la coscienza di formare una nazionalità distinta … la fedeltà tradizionale ad una dinastia ….  (Essa n.d.r.)… deve costituire il cemento morale fra tutti gli individui che di quel popolo fanno parte. Sicché quando una formula politica è oltrepassata, quando è scossa la fede nei principi sui quali è poggiata e si intiepidiscono i sentimenti che l’hanno creata è segno che serie trasformazioni sono imminenti nella classe politica”. (Storia delle dottrine politiche. Ed. Universale Laterza, 1967 pag. 296).Le élite politiche che hanno formato l’ossatura dell’Italia nel secondo dopoguerra sono state costantemente espressione di gruppi di pressione radicati nelle regioni settentrionali. Questo binomio politico-economico ha costruito l’Italia che conosciamo. Una Italia duale dove una parte utilizza l’altra come appendice coloniale delle sue produzioni e come mercato di manodopera dove attingere per le necessità variabili del suo sistema economico. Uno studio di Paolo Savona, ex ministro e noto economista, insieme a Riccardo De Bonis, Banca d’Italia e Zeno Rotondi, Presidente settore economico di Unicredit, nello studio pubblicato col titolo: “Sviluppo, rischio e conti con l’Estero delle regioni italiane”  afferma testualmente“La massa di trasferimenti pubblici che prende la via del Sud, sempre al centro di infinite discussioni e polemiche (leggere: on. Bossi e Lega), viene di fatto restituita alle altre regioni del Centro Nord sotto forma di acquisti e poco dopo prosegue “Dal Sud escono risorse per 72 miliardi l’anno e di questi ben 63 miliardi vanno al Centro Nord (ma soprattutto al Nord) sotto forma di acquisti netti, mentre i trasferimenti pubblici sono stimati in circa 45 miliardi” .

 

Non credo si debba aggiungere altro, se non che il cappio ha fatto un altro giro.

Una divaricazione così pesante per così tanto tempo non è né sostenibile né giustificabile, nemmeno in un sistema capitalistico liberale. E ciò è talmente insopportabile che la stessa Unione Europea ha minacciato l’Italia di procedura di infrazione qualora non verranno adottate politiche economiche atte ad attenuare questa situazione. E concludo ripetendo quanto affermato da Gaetano Mosca nel testo citato. Se tale situazione di profondo squilibrio non verrà sanata a breve “serie trasformazioni sono imminenti nella classe politica” e aggiungo serie trasformazioni saranno inevitabili nella stabilità politica di questo paese.

A meno che …

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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