· 

SE LA SCUOLA FA I CONTI CON LA STORIA

di Antonio Lombardi

La scuola italiana è ancora oggi uno strumento di colonizzazione mentale ai danni del Sud. Non è forse arrivato il momento di aprire un'indagine seria sulla questione?

Centosessanta anni fa, l’11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi e la sua truppa sbarcarono a Marsala. Questo avvenimento fu l’inizio della concreta invasione militare e cancellazione politica di uno stato indipendente, che in quel momento non aveva mosso guerra ad alcuno: il Regno delle Due Sicilie.

 

Il quadro politico e militare di quello sbarco è stato ormai ampiamente contestato nella sua classica presentazione epica e ideale: non già l’eroico gesto di abnegazione di un modesto gruppo di combattenti, che rispondeva alle attese di un popolo oppresso dallo straniero, ma lo studiato intervento di occupazione e annessione da parte di uno stato - il Regno di Sardegna - che dava fiato alle esigenze proprie di sfruttamento economico e di quelle di altri paesi fiancheggiatori dell’operazione, con il concorso della massoneria. I finanziamenti, l’aiuto militare, il sostegno esplicito o l’indifferenza e le azioni di propaganda messi slealmente in campo sul piano internazionale per quella disonesta e cruenta iniziativa, possono essere letti in numerose pubblicazioni. Tuttavia la scomoda verità non è ancora entrata nel sistema educativo scolastico, che tende ancora a riproporre il modello ufficiale tout court filo-risorgimentale.

 

L’uso della storia come veicolo di un’idea preconfezionata, come strumento di costruzione forzata di un’identità italiana nazionale inesistente, ma anche come alimento dei rapporti di forza sbilanciati a favore di un’area del Paese che da quel devastante 11 maggio ebbe origine, rappresenta un tema di grande interesse pedagogico-politico. Per chi si vuole spendere per la liberazione di coloro che sono trattati come una nullità, in quanto figli di una guerra perduta, entrare nei processi formativi ed educativi formali, significa smascherare la decostruzione dell’identità di un popolo e collaborare a restituirgli il senso di dignità ed autostima, come basi su cui possa ricomporre la propria verità originaria.

 

L’importanza della scuola ai fini del controllo sociale fu ben presto chiara al sistema neoitaliano, tant’è che dopo l’annessione forzata si avviò un progetto di formazione didattica e culturale per gli insegnanti elementari attraverso le Conferenze pedagogiche. Successivamente ad una sorta di prologo solo per la dirigenza, dal 1876 al 1879 a Roma, esse si tennero tra il 1881 e il 1885 in varie città: l’obiettivo era di promuovere l’insegnamento della storia come strumento per alimentare negli alunni l’identità nazionale e l’amore per la nuova patria. Complessivamente, nel primo quarantennio post-unificazione l’insegnamento della storia nelle scuole primarie e secondarie era destinato a dare impulso ad un’identità e a un senso di appartenenza nazionali che erano inesistenti e che tali sarebbero rimasti, sotto molti aspetti, fino ad oggi.

 

Veicolo per eccellenza dei messaggi neopatriottici e di stampo coloniale, finalizzati ad insegnare, dietro una maschera di unità, agli uni la superiorità e il diritto al dominio e agli altri l’inferiorità e il dovere di sottomissione, era - ed è - il libro di testo. In uno stimolante studio pubblicato nel 2012, l’israeliana Nurit Peled-Elhanan, docente di “Linguaggio ed educazione” all’Università Ebraica di Gerusalemme, lucidamente sostiene che “nonostante tutte le altre fonti di informazione, i testi scolastici costituiscono potenti mezzi mediante cui lo Stato può configurare le forme di percezione, classificazione, interpretazione e memoria necessarie a determinare identità individuali e nazionali”. La sua ricerca è stata condotta sui testi scolastici di storia, geografia ed educazione civica più popolari tra gli insegnanti, pubblicati in Israele tra il 1996 e il 2009, ed ha rivelato il modo in cui vengono in essi rappresentati la Palestina e i palestinesi. Costoro ne escono costantemente delineati come arretrati e terroristi, mentre nessuna menzione se ne fa della cultura: quella ebraica, con le sue espressioni e i suoi valori, risulta sempre superiore. Parallelamente, la memoria collettiva è costruita in modo da tenere insieme un’identità nazionale che in realtà non esiste, perché l’attuale popolo ebraico è frutto di immigrazione dal mondo intero. Così, alla fine del percorso educativo scolastico, il giovane israeliano ha imparato a giustificare i massacri compiuti per la fondazione dello Stato ebraico ed è pronto ad identificare come nemico a priori il selvaggio palestinese, che più facilmente potrà piegare di dolore e, all’occorrenza, uccidere senza troppi scrupoli. Un atteggiamento di sprezzante superiorità simile a quello mantenuto in Italia dai settentrionali nei confronti dei meridionali.

 

Un’indagine affine andrebbe condotta nella scuola italiana per offrire risposte a quesiti legati alla rappresentazione del Sud e dei suoi abitanti.

    In che modo nei libri scolastici viene descritto il Regno delle Due Sicilie?

    Quanto, in essi, vengono taciuti o addirittura giustificati i massacri compiuti dai soldati, sardo-piemontesi prima e italiani poi, nel territorio oggetto di conquista?

    In che modo sono descritti i meridionali di oggi?

    Ciò che si è appreso a scuola quanto facilita negli allievi del Centronord l’indifferenza o il consenso verso la discriminazione dei meridionali? E quanto ne facilita, in quelli del Sud, l’accettazione e la giustificazione?

    Insegnanti e genitori in che misura sono consapevoli della trasmissione di un’ideologia impregnata del punto di vista dei vincitori e che ignora del tutto la prospettiva degli sconfitti?

 

Questi studi permetterebbero di mettere in luce la funzione che ha la scuola in Italia come luogo di costruzione forzata di un’unità ed un’identità nazionale bugiarde. Vigilare sui libri di testo adottati a scuola, educare le giovani generazioni alla verità storica e alla bellezza dell’identità culturale delle comunità preunitarie, potrebbero essere azioni di notevole promozione della libertà del popolo duosiciliano umiliato da centosessanta anni e consentirebbero alla scuola di fare finalmente i conti con la storia.

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

CONDIVIDI SITO SU:

Progetto ideato e curato da: