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2 GIUGNO: C'E' POCO da FESTEGGIARE!

di Patrizia Stabile

Una farsa dai risvolti amari per tutti, un tragico danno con beffa per il Sud. Qualcuno avrà ancora il coraggio di sventolare il tricolore?

Martedì 2 giugno, si celebra la Festa della Repubblica in ricordo del controverso Referendum del 1946 dove per la prima volta poterono votare anche le donne e col quale, formalmente ed ufficialmente, per due milioni di voti in più rispetto alla Monarchia sabauda, vinse la Repubblica. La Repubblica Italiana, un progetto pre-risorgimentale di Giuseppe Mazzini che nel 1831 concorse a legittimare arbitrariamente il disegno di un’Italia unita che si perfezionò con Cavour (che, protetto dagli Inglesi, la consegnò nelle sanguinarie mani della monarchia sabauda). I Savoia per 85 anni regnarono tra poche luci e profonde zone buie e disonorevoli quale fu l’armistizio che Badoglio e il re Vittorio Emanuele III firmarono con gli americani lasciando, in balia delle cruente ritorsioni dei tedeschi, due milioni di soldati e consentendo che la violenta strategia degli americani di bombardare l’Italia e di compiere razzie e stupri, avvenisse senza ostacoli alcuni. Anzi, gli italiani finirono pure per ringraziarli per il piano Marshall di aiuti (per ricostruire ciò che gli stessi americani avevano distrutto e obbligandoci a comprare le materie prime negli Usa pagando in più cospicui interessi sugli aiuti elargiti che, ricordiamo, al Sud arrivarono nella misura del 10% rispetto al Nord). Da quel preciso momento, formalmente, lo Stivale divenne una vera e propria colonia americana o un suo stato satellite.

 

L’Italia che nel periodo risorgimentale era personificata in una statua raffigurante una giovane donna sul cui capo poggiava una corona a forma di muro con torri, vide i Savoia affrettarsi a sostituirla con il culto della loro dinastia prezzolando letterati e storici e sostituendo la toponomastica e intitolandosi (così come in maniera ancora più violenta ed irrispettosa è avvenuto a Napoli) vie, piazze, gallerie. Operazioni subdole ed ingannatrici finalizzate ad obliare la memoria del meridionale che consentirono, insieme a qualche ruffiana pratica dei reali Savoia di ingraziarsi il popolo napoletano, di essere la città con la più alta percentuale di monarchici (circa l’80%) e che insieme a tutto il Sud, paradossalmente, votò al Referendum del 2 e 3 giugno di 74 anni fa, a favore della Monarchia. Un Referendum stabilito già un anno prima della fine della seconda guerra mondiale con un ambiguo accordo tra la Monarchia Savoia e le forze italiane di liberazione CLN (i partigiani) e che (tra certezze di brogli elettorali, schede elettorali già compilate con la "ics" su “Repubblica”, 40 milioni di schede stampate per 25 milioni di votanti, 1 milione e mezzo di persone che si videro negato il voto, uno spoglio che avvenne in presenza della Corte di Cassazione e giornalisti ma anche inspiegabilmente in presenza di ufficiali anglo-americani ed azioni di disturbo) vide inizialmente vincere la Monarchia. Anzi no. Dopo due giorni concitati la Corte di Cassazione, senza molta convinzione, ritrasse e dichiarò la vittoria della Repubblica. Scontri e proteste si susseguirono nell’immediato (a Napoli ricordiamo 9 monarchici uccisi dalla polizia per aver protestato davanti al circolo del Pci di via Medina del futuro amico degli americani, Giorgio Napolitano). Tutto questo porta alla memoria quello del 21 ottobre 1860 dove, dopo l’invasione e l’usurpazione del Regno delle due Sicilie, il neonato Regno d’Italia, sotto i Savoia, chiese in un quesito posto in una scheda referendaria, ad uno sparuto gruppo di abitanti di Napoli, se “gradissero” re Vittorio Emanuele II di Savoia come sovrano. Referendum farlocco che vide come elettrice speciale la “Sangiovannara” prima ed unica donna in assoluto a votare in Italia e premiata dai savoiardi in quanto traditrice dei sovrani Borbone e cugina di Tore De Crescenzo, camorrista assurto al ruolo di “luogotenente” dal Ministro degli interni Liborio Romano, affinché non succedessero disordini all’arrivo di Garibaldi a Napoli. Ma questa è, ahinoi, un’altra Storia.

 

Intanto oggi che l’Italia è alle prese con un'emergenza dovuta ad un post controverso e discutibile lookdown (atto a giustificare nuovi assetti economici e a coprire dissesti legati ai tagli alla Sanità pubblica per 40 miliardi di euro negli ultimi 10 anni), ha senso festeggiare? Ha senso ricordare una Repubblica che ha perso inesorabilmente sovranità di popolo e monetaria, costretta a chiedere l’elemosina dei suoi stessi soldi, da ripagare, oltretutto, con gli interessi, alla BCE per essere autorizzati a versare nelle casse liquidità? Ha senso festeggiare il 2 giugno quando non resta niente di un’Italia se non l’ingerenza dell’Unione Europea che, in barba all’articolo 1 della vituperata Costituzione (che recita: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione) ha assoggettato tutti i politici di qualsivoglia schieramento? E questo sarebbe amor patrio? E questa sarebbe sovranità? Le bandiere del tricolore abbinate alle “stelletelle” di quelle dell’Unione Europea e ai blandi e propagandistici tentativi per “riformarla” le sventolassero pure ipocritamente. Noi no.

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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