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La Colonia SUD - PARTE I

di Salvatore Leonardi

EMIGRAZIONE e MEZZOGIORNO D'ITALIA

Il fenomeno migratorio viene da troppo tempo utilizzato per combattere battaglie ideologiche cariche di ipocrisia.

 

Le migrazioni sono sempre esistite ed esisteranno sempre, sono connaturate alla storia dell’uomo. L’Impero Romano seppe gestire il fenomeno migratorio alle sue frontiere e utilizzò gli immigrati per dotarsi di guerrieri a sua difesa. Crollò quando non fu più in grado di farlo. Più recentemente la storia degli Stati Uniti dimostra che una nuova nazione divenne potente ed in così breve tempo grazie ai milioni di emigranti che seppe accogliere in uno stato multietnico e multirazziale (tralascio in questa sede le ovvie critiche a questo modello).

 

Ma arriviamo ai giorni nostri. Queste migrazioni che vedono l’Italia coinvolta in prima linea a cosa sono dovute? Ci sono i complottisti che indicano in Soros e Co. la volontà di sostituire le popolazioni indigene con i migranti, chi vede il pericolo di trasformare una nazione cattolica in una mussulmana, chi una minaccia alla nostra identità nazionale (?), chi accusa le O.N.G di fare i nastri trasportatori della criminalità organizzata. Tutti però dimenticano che la Confindustria italiana ha, da almeno 20 anni, chiesto ed ottenuto da ogni Governo le cosiddette quote annuali di ingresso per lavoro subordinato (legge Turco-Napolitano d.l. 2001). Quote ufficiali che raggiungono annualmente decine di migliaia di stranieri per paesi come l’Egitto, il Marocco e la Tunisia. Per il 2019 (D.P.C.M. 12/03/2019) il Governo Conte 1 (Di Maio-Salvini) fissa le quote d’ingresso per lavoratori extracomunitari a 30.000 unità. Si risponderà che il fenomeno preoccupante è quello dei migranti irregolari. Vero. Tuttavia è dal 1986 che regolarmente si utilizza il sistema della sanatoria per far emergere le presenze di migranti irregolari. Martelli nel lontano 1990 ne regolarizzò 215.000. Fino al Governo Prodi 1 (Legge Turco-Napolitano del 6 marzo 1998) e Berlusconi 2 al governo con Lega e Alleanza Nazionale che nel 2002 varò la più grande sanatoria della storia recente con 697.000 domande (Legge Bossi-Fini del 30 luglio 2002).

 

Fino agli anni ’70 le industrie del Nord Italia avevano attinto a piene mani dal serbatoio di manodopera del Sud Italia. In gran parte provenienti dal mondo contadino meridionale, a milioni si trasferirono al Nord in cerca di occupazione. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia il reddito dell’Italia del Sud, unico periodo in 160 di storia unitaria, crebbe più di quello del resto d’Italia. Un maggior livello di benessere (o se vogliamo un minore livello di povertà) prosciugò lentamente il serbatoio a disposizione della domanda di manodopera proveniente in gran parte dal triangolo industriale.

 

Poi all’inizio degli anni ’80 cominciava ad affacciarsi in Italia (ed in Europa) una nuova migrazione proveniente dai paesi della sponda sud del Mediterraneo e successivamente, dopo la caduta del muro di Berlino nell’ottobre del 1989, un nuovo pressante fenomeno migratorio coinvolse le popolazioni dell’est Europa.

 

Così una massa di cittadini extracomunitari si affacciava senza sosta sulle frontiere dell’Europa da Est e da Sud. L’occasione per le necessità del sistema capitalistico-industriale apparve immediatamente ghiotta.

 

Un numero infinito di braccia chiedeva migliori condizioni di vita. Ma queste persone, queste braccia rappresentavano agli occhi del sistema industriale europeo una grande opportunità e grandi vantaggi: essere poco o per niente sindacalizzate, essere pronte ad accettare condizioni di paga e lavoro estremamente convenienti per il datore di lavoro europeo e italiano, condizioni che difficilmente sarebbero state accettate dal lavoratore italiano. Negli stessi anni, ma con una forte accelerazione negli ultimi anni ’90, iniziò la gran cassa mediatica contro il lavoro protetto e sindacalizzato italiano. Troppo poco flessibile, si disse, e puntualmente con il Governo Prodi 1 vennero varate leggi sulla “flessibilità” che altro non erano che strumenti legislativi ispirati dagli interessi della Confindustria nazionale verso una massiccia precarizzazione del lavoro. Di fatto nel breve volgere di pochi anni il lavoro precario e sottopagato, inizialmente offerto ai lavoratori stranieri, diveniva pane quotidiano per tutti i lavoratori subalterni. Le forze sindacali e le rappresentanze intermedie venivano ignorate e combattute più o meno apertamente dai governi di ogni colore. La forza confindustriale dettava le leggi del mercato del lavoro contro le parti sociali ormai sfibrate dagli attacchi della controparte e dei governi di destra e di sinistra, dalla disunità al loro interno e dalla delusione dei loro rappresentati sempre più sfiduciati e messi all’angolo. Il cerchio della disfatta si chiude con il Governo Renzi (Legge 183/2014 c.d. Jobs Act) che sopprime definitivamente l’art. 18 (Statuto dei lavoratori-legge 300/1970).

 

Ma cosa ha prodotto nel tessuto sociale questo esercito di extracomunitari e perché gli stessi partiti che urlano contro “l’invasione” degli immigrati ne organizzano poi gli ingressi in massa?

 

 Chi ha pagato il prezzo più alto di questa situazione? Quali classi sociali, quali territori?

 

La precarizzazione del lavoro ha prodotto una nuova forma di povero: il lavoratore. Sembra assurdo ma oggi buona parte del lavoro dipendente non riesce a sopravvivere in maniera decorosa e sprofonda sempre più nella povertà. La mancanza di una vera tutela rende il lavoratore sottopagato in balia del suo datore di lavoro. La sterminata massa di disoccupati è lì a mostrargli che c’è sempre qualcuno più disperato di lui pronto ad accettare quelle condizioni capestro. Il lavoro sottopagato e precario è divenuto la regola. Le classi dirigenti sono passate da una vergognosa ipocrisia ad una colpevole irresponsabilità.

 

Se si guardano le statistiche ISTAT si possono fare alcune immediate osservazioni:

 

1.    La parte maggioritaria degli stranieri siano essi comunitari o extracomunitari risiede nel Centro Nord, in particolare nel Nord Est e Nord Ovest d’Italia. In queste aree più sviluppate la manodopera è stata assorbita e regolarizzata in un tessuto industriale carente di manodopera nazionale. Le necessità del sistema industriale del Nord hanno facilitato un inserimento in buona parte stabile e contrattualizzato della nuova emigrazione.

 

2.    Il Sud, senza una sistema industriale strutturato, ha invece visto nascere e poi esplodere fenomeni di concentrazione di manodopera in gran parte clandestina, buona parte senza permesso di soggiorno, senza diritti. Questa massa di fantasmi si è via via concentrata a ridosso delle grandi produzioni agricole stagionali dando vita a baraccopoli o vere e proprie bidonville fatiscenti, portatrici di malcontento, criminalità diffusa e soprattutto di forme di sfruttamento che rasentano in alcuni casi vere e proprie forme di moderno schiavismo.

 

Ancora una volta quella parte di paese più esposto all’arrivo via mare delle migrazioni africane ha pagato il prezzo più alto dal punto di vista socioeconomico. La struttura economica del meridione già preda dei grandi gruppi industriali e del sistema bancario-finanziario nordcentrico, è stata infine assoggettata dalla Grande Distribuzione che ne ha depresso i mercati di sbocco per via della crisi italiane ed europea. Le produzioni agricole e alimentari sono state facile preda di un mercato controllato da pochi marchi. I prezzi delle produzioni agricole vengono dettati da chi compra l’intera produzione di anno in anno e ne impone il prezzo al produttore che non ha alternative se non accettare gli accordi di acquisto capestro. Il produttore meridionale a sua volta per poter restare sul mercato comprime i costi di produzione nell’unico modo che gli resta: pagare (si fa per dire) la manodopera a prezzi da sfruttamento schiavista. Manodopera che viene utilizzata in gran parte solo nei periodi di raccolta stagionale.

 

E così, mentre il sistema industriale ha contenuto i danni della crisi decennale sfruttando ma tuttavia regolarizzando in qualche modo il fenomeno migratorio, la parte più debole del paese ha percepito i nuovi arrivati come portatori di disordine sociale, concorrenza sleale sui salari, già bassi, senso di insicurezza.

 

Il lavoro “flessibile” o meglio precarizzato si è rivelato funzionale al sistema industriale del Nord.

 

La struttura sostanzialmente agricola del Sud è invece caduta nella trappola della Grande Distribuzione che ne ha depresso ulteriormente la redditività.

 

Nelle Regioni del Nord il lavoro flessibile ancorché contrattualizzato, al Sud il lavoro nero, stagionale e senza nessuna tutela.

 

Ed in tutto ciò i vari governi che si son succeduti dal 1996 quali politiche di intervento organico hanno messo in atto? Quali politiche di sostegno per la parte più debole e di fatto in prima linea negli sbarchi dei migranti? Zero. Ci si è limitati a gestire, male, i cosiddetti Hot Spot e similari, a tamponare sbarco dopo sbarco, a tollerare volutamente la fuga dagli Hot Spot, e sperando che buona parte di essi attraversassero le frontiere comunitarie. Gli agricoltori sono stati abbandonati al “libero mercato”, libero di affondare quella parte di economia che più aveva necessità di un intervento organico e di sistema. Ancora una volta si è deciso di sostenere il sistema industriale attraverso la precarizzazione del lavoro al nord e di abbandonare a se stesso il sud.

 

Questo Paese a doppio standard non può più funzionare.

 

Un politico poco tempo fa ebbe a dire “E’ necessario che la locomotiva italia (sic!) resti agganciata al Nord Europa, il Sud prima o poi seguirà”. Ecco, prima o poi il Sud potrebbe non farcela o meglio potrebbe decidere di non voler più fare il carro. Potrebbe decidere di fare la locomotiva … ma per andare in tutt’altra direzione.

CONTINUA...

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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