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GEOGRAFIA POLITICA E STRATEGIA ECONOMICA

di Salvatore Leonardi

L'italia nata per mano savoia ha voltato le spalle al mare, suo naturale sfogo, condannando il paese e soprattutto il nostro Mezzogiorno al sottosviluppo programmato.

 

Durante i miei studi universitari ebbi modo di far conoscenza con la GEOPOLITICA, una materia di cui non avevo mai sentito parlare prima.

 

Trovavo molto interessante scoprire che attraverso l’osservazione di una carta geografica era facilmente comprensibile capire quale paese fosse potenzialmente mio amico e chi mio nemico. Lo studio della geopolitica mi indicava utili alleanze o possibili pericoli. Insomma le scelte politiche dovevano tenere in debito conto il posizionamento geografico di un paese e sulla base di questo, insieme ad altri fattori, determinarne le scelte politiche a protezione degli interessi economici nazionali.

 

Guardiamo l’Italia e l’Europa. L’italia si presenta come un enorme gamba (lo stivale) protesa al centro del Mediterraneo che divide in due parti: occidentale e orientale. Il suo destino naturale sarebbe quello di utilizzare questa posizione dominante per incentrare il suo interesse sul controllo di questo mare che non a caso l’antica Roma battezzò “Mare Nostrum”. E invece questo non accade, anzi accade il contrario. L’italia e la sua politica volta le spalle al mare. Eppure la nostra storia sembrerebbe suggerirci che questo mare è stato per duemila anni il nostro mare. La potenza della Serenissima battezzò il mar Adriatico, Golfo di Venezia. Con Genova controllava le rotte verso il Medio Oriente, porta dei traffici con la Cina e ben prima di loro, Amalfi.

 

 E allora perché? La STORIA ha sempre una spiegazione. E’ pur vero che la centralità del Mediterraneo ha subìto un oscuramento dalla scoperta delle Americhe a favore dell’Atlantico e il sorgere delle potenze oceaniche ma è anche vero che dopo il taglio di Suez ed ora con la globalizzazione dell’economia, il mediterraneo ha riacquistato la sua centralità: è divenuta la cerniera tra le rotte atlantiche e le rotte dell’oceano indiano verso la Cina. Chi non ha mai smesso di credere nella primazia strategica del nostro mare è stata l’Inghilterra e, dopo la II guerra mondiale, gli USA. Oggi la prima possiede basi militari a Gibilterra e a Cipro (Akrotiri e Dhekelia), i secondi a Creta e in italia. E allora, di nuovo, perché? Per capire meglio perché la politica italiana è terrestre e non marittima, è puntata sull’Europa continentale e non, come sarebbe naturale, sull’unico mare dove confluiscono tre continenti, è necessario tornare al secolo delle guerre napoleoniche, al Congresso di Vienna e al cosiddetto risorgimento.

 

Sin dal lontano 1091 l’isola di Malta apparteneva al Regno di Sicilia e successivamente al Regno di Napoli. Occupata da Napoleone, dopo la sua definitiva sconfitta, il Congresso di Vienna del 1821, auspice l’Inghilterra, impose al Re Francesco I di Borbone la cessione dell’isola in cambio del suo appoggio per il ritorno sul trono di Napoli pur avendo il Re partecipato in modo significativo con la flotta del Regno di Napoli alla cacciata dei francesi dall’isola. L’episodio segnò negativamente, da quel momento, i rapporti diplomatici tra i due Regni. Le conseguenze di questa contrapposizione si sarebbero dispiegate da lì a qualche decennio con la partecipazione attiva e decisiva dell’Inghilterra alla caduta del Regno delle Due Sicilie.

 

L’insofferenza dell’Impero Britannico nei confronti del Regno si acuì ancor più per gli atteggiamenti sempre meno accondiscendenti di Re Ferdinando II (al trono nel 1830) nei confronti degli interessi inglesi. Da una parte Re Ferdinando aveva iniziato una politica di industrializzazione del Regno con l’introduzione di una legislazione protezionistica in contrapposizione a quella inglese che pretendeva politiche liberiste. Dall’altra, l’adozione di una tassa sulla esportazione dello zolfo siciliano intaccò direttamente gli interessi delle compagnie inglesi che di fatto ne avevano il monopolio. E in quel periodo lo zolfo aveva l’importanza del petrolio dei nostri giorni essendo indispensabile per l’industria dell’acciaio. Questi contrasti non si limitarono a semplici scontri diplomatici ma giunsero a sfiorare lo scontro armato tra le due flotte davanti al porto di Napoli. Gli inglesi pretendevano di imporre l’apertura dei mercati e l’eliminazione della tassa sullo zolfo.  La gravità di questo confronto è testimoniata dal fatto che per dirimere le controversie economiche furono firmati ben due Trattati: nel 1816 e nel 1845. In conclusione la partecipazione diretta dell’Impero Britannico alla caduta del Regno delle Due Sicilie è ormai un fatto storicamente accertato. Il nemico marittimo contro il monopolio inglese andava schiacciato. Lo sbarco della legione britannica a Napoli, composta da 800 scozzesi e inglesi al fianco di Garibaldi, è la conferma che “l’epopea” della spedizione dei Mille è una contraffazione storica che andrebbe cancellata dai libri. E arriviamo così al 1860 e all’unità d’Italia.

 

Ma cosa collega la geopolitica a quanto finora detto con il mediterraneo, l’unità d’Italia e il Mezzogiorno? Tenterò di spiegarlo.

 

Il Regno sabaudo a differenza del Regno delle Due Sicilie era un regno tipicamente alpino, terrestre. Genova unica sponda marittima era stata annessa al Piemonte a seguito delle decisioni assunte al Congresso di Vienna del 1815. Nel 1849 il suo desiderio di indipendenza fu ridotto al silenzio da un proditorio attacco dei bersaglieri al comando di La Marmora (1) e sotto lo sguardo vigile della nave da guerra britannica “H.M. Vengeance” (sempre gli inglesi e sempre in appoggio al regno sabaudo!). Il Regno duosiciliano era invece quello che oggi definiremmo una media potenza marittima nello scacchiere regionale mediterraneo. Non a caso il Regno aveva varato a Napoli il primo battello a vapore già nel 1818, il “Ferdinando I”, non a caso possedeva la prima compagnia di navigazione (tra gli stati italiani) che collegò Palermo agli USA (era il 4 luglio del 1854), non a caso aveva scelto di prediligere il trasporto ed il collegamento marittimo tra le sue province con una forte flotta mercantile a detrimento delle comunicazioni via terra a causa di un territorio in gran parte montuoso. In conclusione il regno sabaudo era un regno che guardava all’Europa continentale mentre il Regno duosiciliano guardava verso le coste mediorientali e verso i paesi rivieraschi della sponda sud. Abbiamo visto che gli interessi dell’Impero britannico configgevano apertamente con quelli del Regno. Dal Congresso di Vienna al 1860 vi è un continuo tentativo dell’Inghilterra di ridurre il Regno duosiciliano a protettorato britannico mentre, soprattutto dopo l’ascesa al trono di Re Ferdinando II, il Regno tentava di ribadire la difesa dei suoi interessi e della sua indipendenza. Oggettivamente gli interessi britannici imponevano una alleanza con un paese poco interessato al mare: il Piemonte non poteva che essere l’alleato naturale per garantire gli interessi imperialistici dell’Inghilterra.

 

Il ruolo determinante della flotta inglese si vide a Genova nel 1849 e si vedrà a Marsala nel 1860. “Strano” che gli storici abbiano avallato da 160 anni la storiella dei mille e “l’epopea del risorgimento” davanti a montagne di documenti, trattati internazionali e formazioni militari che sono semplicemente spariti nella ricostruzione ufficiale dell’unità d’italia.

 

E siamo giunti così al cosiddetto problema meridionale.

 

Dopo l’unità e dopo la sconfitta del brigantaggio “manu militari”, il governo nazionale impose scelte di politica economica che privilegiarono lo sviluppo industriale nascente in Piemonte e Lombardia. Nel contempo, nel giro di pochi anni, le industria dell’ex Regno furono smantellate. Molte furono smontate e trasferite al nord: i telai siciliani (primaria azienda tessile) furono inviati a Vicenza (dove sorse, guarda un po’, la nota ditta Lanerossi!), le fonderie di Mongiana in Calabria, chiuse e trasportate a Terni, il polo siderurgico di Pietrarsa (Napoli), primo per numero di addetti al momento dell’unità, fu smantellato. Era l’impianto che aveva fornito il materiale rotabile per la costruzione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Le prime locomotive che circolavano in Toscana, nel Regno Pontificio così come in Piemonte erano napoletane! Le commesse per i cantieri navali di Castellammare di Stabia, primi in italia per bacino e tonnellaggio furono lentamente spostate altrove (Genova, Livorno, La Spezia). Solo alla fine del XIX secolo apparve finalmente quello che poi fu battezzato il triangolo industriale. Che io sappia, mai fu fatto notare dai noti “storici” che quel triangolo fu il risultato di una politica economica coloniale e razzista che aveva razziato quello che da allora era divenuto SUD e investito i capitali di tutto un paese solo ed esclusivamente in una sua parte. La strategia perseguita lungo tutto il XIX secolo dall’Impero britannico nell’appoggio al regno terragno del Piemonte si era compiuta. Il nuovo stato aveva scelto di privilegiare i territori posti a nord per intraprendere un politica unidirezionata verso il centro Europa, distruggendo il capitale culturale e marittimo ereditato dal Regno duosiciliano.

 

La forza marittima del nuovo stato, alla prima prova, si mostrò del tutto marginale nel mediterraneo. La sconfitta di Lissa il 20 luglio 1866 contro la flotta navale dell’impero asburgico, nettamente inferiore, ne è la dimostrazione palmare. La strategia imperiale inglese aveva raggiunto il suo scopo: la distruzione dell’unico stato mediterraneo che poteva in qualche modo confrontarsi e contrastare l’imposizione di un totale dominio britannico sul mare. La politica industriale del nuovo regno si svolse coerentemente per oltre un secolo fino ai nostri giorni. Oggi appare evidente come le regioni del nord restino agganciate e subordinate al progetto Mitteleuropeo, guidato dalla Germania. La penisola, immersa nel mediterraneo, viene semplicemente ignorata dal progetto politico-economico che guida i governi italiani di qualsiasi colore. Oggi più che mai, con la Cina che ha fatto del Mediterraneo il suo hub per la penetrazione nel cuore dell’Europa, l’italia ignora il porto di Gioia Tauro, il più grande per container. Il porto di Gioia Tauro ha caratteristiche naturali non paragonabili a nessun porto del Mediterraneo: fondali profondi per l’attracco delle gigantesche portacontainer, un immenso retro porto in pianura per lo smistamento ed il carico delle merci, la sua posizione geografica lungo la direttrice Suez-Gibilterra e la sua posizione di baricentro mediterraneo, funzionale al transhipment. E tuttavia Gioia Tauro non è mai stata collegata direttamente alla linea ferroviaria principale né è stata dotata di una linea ferroviaria ad alta capacità per il trasferimento su rotaia dei container. E questo nonostante il progetto europeo TEN-T preveda il corridoio Scandinavia-Palermo. La ministra per il solo nord, la ineffabile De Micheli ha invece progettato a Genova la costruzione di una enorme diga foranea protesa verso il mare aperto perché i fondali non sono adatti all’attracco delle gigantesche portacontainer. Ancora la De Micheli alimenta un progetto futuribile di tunnel sublagunare che dovrebbe collegare Venezia Lido con Mestre: 15 km di cui 6 in tunnel sottomarino per una spesa totale di 870 miliardi! Spese faraoniche per tagliar fuori ogni progetto di collegamento strutturale tra il mare in cui è immerso il sud italia e l’Europa continentale.

 

Conclusione: La storia dell’italia nel suo farsi nazione ha negato ciò che la geopolitica ci imporrebbe: essere una nazione marittima. Le cause storiche per le quali questo è accaduto le abbiamo sommariamente raccontate. Le scelte del secondo dopoguerra sono continuate nella logica terrestre. L’asse renano su cui si fonda l’Unione Europea ha reso il mare nemico ancor più di prima. Il modello economico-culturale dominante di questo paese è il modello alpino. L’asse portante dell’industria è costituita da terminazioni ancillari e gregarie del colosso tedesco. Lì si delineano le strategie, al norditalia il compito di subfornitore e terzista. Diretto è invece il coinvolgimento del sistema bancario-assicurativo-finanziario dell’altro paese che ci lega ad una politica estranea al mare: la Francia. Negare l’assetto geopolitico di cui il meridione è portatore naturale è negare lo sviluppo armonioso di questo stato. E’ la condanna definitiva e senza appello dei territori che costituivano il Regno delle Due Sicilie. Non ci può essere sviluppo nel meridione d’italia senza mettere il mare al centro del dibattito nazionale. In italia questo dibattito viene negato e notoriamente osteggiato dalla parte dominante del paese mentre dall’altra parte l’Europa considera le coste meridionali un confine periferico da dove gestire con fastidio “il problema” migratorio. Al di là di slogan senza senso come “aiutiamoli a casa loro”, nessuno, dico nessuno, ha mai portato al centro del dibattito l’opportunità che offre ad una italia marittima lo sviluppo di una visione africana, continente del futuro, come pochi solitari economisti hanno tratteggiato. La Cina lo ha capito e sta investendo somme gigantesche su quel continente da cui distiamo solo poche miglia marine.

 

Il Mezzogiorno, se questa ottica distopica non verrà radicalmente corretta, non potrà che affogare in quello che per oltre 800 anni fu il suo mare, la sua risorsa prima.

 

 

 

Le politiche sabaude di massacro verso le popolazioni civili ostili al disegno annessionista della corona torinese non colpirono solo il meridione ma la stessa Genova che non accettava l’unione al regno sardo. Il 26 novembre 2008 il consiglio comunale di Genova appose una targa di fronte alla statua del re vittorio emanuele a Piazza Corvetto a ricordo dei tragici fatti dell'aprile 1849.

 

 

 

(1)        «Nell'aprile 1849 le truppe del Re di Sardegna Vittorio Emanuele II al comando del generale Alfonso La Marmora sottoposero l'inerme popolazione genovese a saccheggi, bombardamenti e crudeli violenze provocando la morte di molti pacifici cittadini aggiungendo così alla forzata annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna del 1814 un ulteriore motivo di biasimo affinché ciò che è stato troppo a lungo rimosso non venga più dimenticato.

 

Il comune di Genova pose»

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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