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LA MANO DE DIOS, NAPOLI E IL SUD DEL MONDO

di Salvatore Leonardi

Maradona è stato il vendicatore degli ultimi. Ha fatto vincere due scudetti al Napoli contro le lobby calcistiche italiane, ha sposato la causa sudamericana contro l'imperialismo USA, è diventato grande rimanendo il semplice ragazzo della favela senza mai aver paura di mostrare le sue debolezze. Ha superato il mito calcistico entrando di diritto nell'Olimpo dei Grandi.

 

Diego è morto, è nella leggenda, è diventato immortale. Diego Armando Maradona era un calciatore, il calciatore ora è un simbolo.

Non è facile capire il perché, a prima vista inspiegabile, di tanta commozione da Napoli all’Argentina al mondo, se non si esce dal calcio e non si entra in un’altra dimensione.

Mi sono chiesto: come è possibile che un calciatore, sebbene grandissimo e inarrivabile, susciti tanta commozione, tanta partecipazione trasversale, che ha attanagliato tanta gente per la gola a Napoli, in Italia, in Argentina, nel mondo e non solo nel mondo del calcio, ha attraversato tutti gli ambiti sociali e politici?

La risposta è nel fatto che Maradona non ha interpretato solo il suo calcio sublime, ha interpretato, si è fatto interprete del riscatto di intere città come Napoli, della sua Argentina, della parte perdente. Era nel Barcellona, uno dei club più forti al mondo ma non accettava quell’atteggiamento spocchioso tipico di chi si sente il primo della classe, il migliore. Non ha mai dimenticato dove era nato, da dove veniva, non ha dimenticato quel disprezzo che in Argentina viene esercitato da chi governa, daquella oligarchia che tutto ha a discapito di chi niente ha, la sua gente di Villa Fiorito. Poteva scegliere la Juventus, il Bayern Monaco o una delle tante squadre inglesi con le quali avrebbe potuto vincere decine di titoli nazionali e internazionali. E invece è andato al Napoli. Per questo si può ben dire che non è stato il Napoli a comprarlo ma è lui che ha scelto Napoli, non solo la società di calcio, ma la città intera e quello che rappresentava ai suoi occhi. La città che gli raccontava un pezzo della sua patria, dove sapeva che avrebbe trovato quella gente che gli ricordava la gente della sua città, o meglio sarebbe dire, di quella parte della sua città, del suo sobborgo. A Napoli ha ritrovato le sue origini, ha amato una città vilipesa dall’italia, ne ha sposato i sentimenti più profondi, l’ha difesa col calcio e non solo. Altrimenti non si può spiegare quel sentimento popolare che lo ha accompagnato in vita e che è esploso nel momento della morte. Una identificazione di una popolazione con il dio vindice di secoli di offese, di calunnie, di razzismo. Le sue frasi celebri hanno colpito come una tremenda mazzata il popolonapoletano: "Napoli non è sporca, è l'Italia che ha sporcato Napoli". O ancora in occasione della partita giocata al San Paolo tra italia e Argentina, durante la quale molti napoletani tifarono Argentina e fischiarono l'inno di Mameli:Trovo di cattivo gusto chiedere ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno vengono trattati da terroni”.

Non sopportava il razzismo dell’italia contro Napoli e il sud. Il razzismo era la sua bestia nera. Durante i Campionati “Italia ‘90” a Milano, l’Argentina incontrò il Camerun e perse. Lo stadio tifò per il Camerun. A fine partita dichiarò: "Grazie a me i milanesi hanno smesso di essere razzisti e hanno tifato per gli africani."

 

Sebbene vivesse a Posillipo, se ne andava in giro per i quartieri spagnoli, tra la “sua gente”. Quando doveva prendere posizione contro le schifezze politiche di cui il mondo del calcio era ed è pieno non temeva di denunciarne le ambiguità e i condizionamenti di quel mondo a lui estraneo. E lo pagò pesantemente in occasione di una seconda coppa del mondo che gli fu scippata fuori dal campo.

 

Qualcuno ricorderà la guerra delle Isole Malvinas (Falkland per gli inglesi). Gli argentini furono umiliati da una Gran Bretagna ancora avviluppata nei suoi paramenti imperiali. Fu una guerra che causò circa mille morti tra gli argentini. L’incrociatore “Comandante Belgrano” è stata l’unica nave da guerra mai affondata da un sommergibile nucleare. Una guerra combattuta con armi impari che pesa tutt’ora sull’anima argentina. E anche il quel caso, agli occhi della sua gente, la “mano de dios” vendicò il sentimento di una intera nazione, la rivendicò lui stesso come la giusta ricompensa contro gli inglesi. Umiliò la nazionale britannica con la seconda rete dove, palla al piede, corse per più di metà campo dribblando mezza squadra e il portiere. Apoteosi di un dio vendicatore. Vendetta di chi poco ha, contro chi tanto ha.

 

Non è un caso che ha incontrato Fidel Castro, Hugo Chavez, Evo Morales, Pepe Mujica, Rafael Correa, Daniel Ortega. Si può anche non concordare con le sue scelte politiche ma queste scelte avevano un solo scopo: appoggiare chi, almeno a parole, sceglieva i perdenti della terra. Anche a Giovanni Paolo II chiese di fare qualcosa per i poveri.

 

Oggi c’è chi tenta di sminuirne la figura o di infangarne la memoria. Cabrini sostiene che se fosse andato alla Juventus non sarebbe morto perché a Torino c’è un ambiente sano. Tradotto: a Napoli c’è un ambiente malato e camorristico. Nel norditalia non perdono mai il vizio, hanno una ossessione o forse un problema psichico. Non capisce Cabrini, non lo sfiora nemmeno lontanamente che uno come Maradona, non sarebbe stato tentato dagli assegni dell’avvocato. Non sarebbe mai passato dalla spocchia dei Catalani a quella dei piemontesi.

 

Non mi occupo di esseri spregevoli, di nani come cruciani, mughini o sallusti. Già oggi c’è chi tenta di demolire il dio vendicatore dei perdenti soffermandosi sulle debolezze dell’uomo. I simboli non si giudicano con i parametri dell’etica corrente. E’ stato un uomo con tante debolezze, si è vero. E allora? Ha commesso tanti errori. Si, e con questo? Uomini simbolo del calcio e nello sport che nella vita hanno mostrato debolezze sono tanti. Uomini famosi che noi decantiamo ogni giorno, in ogni disciplina umana, hanno avuto vite spezzate dal vizio o da comportamenti sanzionabili. Ma nessuno pensa di sottrarli alla grandezza di cui sono e saranno i simboli. Un simbolo non si abbatte con i giudizi sulla sua vita privata, i simboli sopravvivranno sempre alla miseria dei contemporanei in cerca di un momento di notorietà, schiacciati dalla potenza di chi tenta di demolire una leggenda. La leggenda non è un fatto, è un mito e i miti sono immortali.

 

 

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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