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UN DRAMMA SENZA FINE

di Raffaele Moreno

Una crisi che ha il solo scopo di misurare i rapporti di forza tra i figuranti della scena politica italiana con il Sud orfano del suo sogno-illusione che non sa più dove sbattere la testa

 

Ormai questo paese è nelle mani di una classe politica totalmente inaffidabile e ciò è tanto più vero da quando il M5S, che voleva rivoluzionare il sistema, che voleva aprire il parlamento come una scatola di sardine, è giunto ad ottenere, dopo le elezioni del 4 marzo 2018, la maggioranza relativa dei voti conquistando tutte le regioni dall’Emilia fino alla Sicilia, Sardegna compresa, e la maggioranza relativa alla Camera e al Senato.

 

Ebbene, questo movimento che era contro tutti i partiti, contro il PD, contro la Lega, contro Forza Italia, contro FdI, ha lanciato un perfetto sconosciuto come presidente del consiglio e, contro tutto quanto aveva affermato e sostenuto in precedenza, si è alleato fino ad agosto 2019 con la lega (formando la c.d. coalizione giallo-verde), e successivamente, come se nulla fosse, si è alleato con il vituperato partito di Bibbiano, ossia con il PD (c.d. coalizione giallo-rossa), con il quale si era sbranato arrivando perfino alle denunce penali.

 

Ad agosto 2019 i due Mattei (Salvini e Renzi) si erano messi d’accordo sull’imboscata in cui far cadere Conte, nel senso che Renzi aveva lasciato intendere a Salvini che facendo venir meno il proprio appoggio a Giuseppi, con la crisi di governo, si sarebbe andati dritti dritti alle elezioni consentendo così al leader della lega di capitalizzare l’altissimo indice di gradimento goduto nei consensi che lo avrebbe portato sicuramente a Palazzo Chigi.

 

Grande errore di ingenuità politica quello commesso dal capitano, mai fidarsi di Renzi, il quale – com’è ormai arcinoto – quello che promette la mattina non lo mantiene la sera. E difatti con quella crisi proprio Renzi ha costruito le basi della nuova formazione di governo che, però, tra mille contraddizioni, incomprensioni e litigi, sembrerebbe essere giunta anch’essa al capolinea dopo diciannove mesi di alleanza.

 

Diciamo che gli attori di questo patto spurio, fondato soprattutto sull’antisalvinismo, in questo arco di tempo non si sono mai amati, non hanno mai avuto stima l’uno dell’altro, Zingaretti di Conte, Di Maio di Zingaretti e dello stesso Conte, Franceschini di Di Maio, Bonafede mal visto da tutti, Alessandro Di Battista che picconava dall’esterno, il calo a picco nei consensi dei 5stelle e la perdita di tutte le elezioni amministrative successive al marzo 2018. Insomma un vero disastro che teneva unita la coalizione solo dalla bramosia del potere e dal desiderio di non staccarsi dalle poltrone e arrivare a fine legislatura nel 2023 indicando anche il nuovo presidente della repubblica, che dovrà succedere a Sergio Mattarella il cui mandato viene a scadere il 31 gennaio 2022.

 

Ora Renzi, autore di questo grande pasticcio chiamato coalizione giallo-rossa, avrebbe deciso di staccare la spina al governo per vari motivi, dal recovery plan, di cui asserisce non essere mai stato pianificato e messo a punto da Conte, pur sollecitato da luglio scorso, alle varie task force che dovrebbero supportare i ministri nella spesa dei circa 209/220 miliardi di euro, fino al mancato utilizzo del Mes (meccanismo europeo di stabilità), del fondo a prestito di 36 miliardi che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia.

 

In realtà, conosciamo il personaggio, il suo narcisismo, il suo egocentrismo smisurato, che lo porta a non riuscire a stare per troppo tempo ai margini. E queste sue “doti” si sono scontrate con quelle di Conte, che non sono da meno, essendo forse più del primo, il principe dei narcisi, vero uomo di trame e di potere, per cui tra i due si è scatenata una singolar tenzone che potrebbe portare il secondo a spuntarla ed il primo a fare la sua miserrima fine secondo le regole della legge del contrappasso, per cui chi di spada ferisce, di spada perisce. Infatti, sembrerebbe che alcuni dei seguaci di Renzi, esponenti di forza italia (tra cui lady Mastella), definiti “responsabili” e dal Louis Antoine de Saint-Just del regime (alias Marco Travaglio), il quale mentre definiva “fuoriusciti” Razzi e Scilipoti che salvarono Berlusconi, non disdegna senza vergogna alcuna di definire addirittura questi personaggi “costruttori”.

 

In tutto questo, in questi giochi di palazzo, di bramosia di potere e di desiderio sfrenato di poltrone, come sempre, chi paga il prezzo più alto è il nostro Meridione che sta soffrendo una crisi economica senza precedenti con fabbriche che chiudono (Whirlpool, Meridbulloni, Voss), e 7 imprese su 10 che al Sud sono in crisi di liquidità con  oltre 200mila lavoratori a rischio.

 

Come ha ricordato lo Svimez: ‹‹Lo choc da Covid-19 ha colpito il Mezzogiorno più che altrove e già in recessione, prima ancora di aver recuperato i livelli pre-crisi 2008 di prodotto e di occupazione››. I dati, in tal senso, sono di questi giorni: Unioncamere nell’ultimo report spiega che sono quasi 780mila (il 58,4% del totale) le imprese italiane che prevedono di avere problemi di liquidità nei prossimi sei mesi, ma la percentuale cresce, manco a dirlo, al Mezzogiorni laddove arriva al 65,2%.

 

Una vera e propria pentola a pressione che potrà esplodere quando a marzo termineranno le garanzie della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti e, quindi, alla situazione di crisi che si è accennata si aggiungeranno nuovi disoccupati e nuovi nuclei familiari che non sapranno come mettere il piatto a tavola e la povertà è il vero segnale di allarme che quando si diffonde dà la stura alla rivoluzione.

 

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

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