· 

SE IL SUD FOSSE UNO STATO INDIPENDENTE

di Salvatore Leonardi

Che peso avrebbe in Europa il nostro Mezzogiorno, se fosse uno stato indipendente?

Se il territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie fosse uno stato indipendente? Ho provato a fare una proiezione sul futuro di un Mezzogiorno indipendente e a contestualizzarlo nel panorama odierno dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea e ho scoperto che:

  1. La sua popolazione è pari a 20.052.901. Sarebbe settima su 27 paesi aderenti all’Unione Europea per grandezza dopo Germania, Francia, Spagna, Polonia, Italia (senza il Sud 40 milioni circa), e Mezzogiorno che mi piace chiamare Magna Grecia e ben prima di altri 21 paesi tra cui Romania, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Ungheria, Grecia (fonte FMI anno 2012);

  2. La sua superficie pari a 123.729,00 km quadrati sarebbe decima dopo Germania, Francia, Spagna, Polonia, Italia (km quadrati 178.342, senza il Sud), Svezia, Finlandia, Romania e Grecia e perciò più estesa di ben 17 paesi dell’Unione.

In tutti e due i casi, come detto, non sarebbe certo una entità trascurabile nel consesso degli stati membri UE tenuto conto che nel primo caso sarebbe una entità statuale più popolosa di  21 stati membri mentre nel secondo caso avrebbe una superficie superiore a 17 stati membri. Insomma una entità politica di tutto rispetto in ambito UE.

Da ultimo vediamo ora dove si posizionerebbe se prendiamo in esame il reddito pro-capite di ogni singolo stato membro.

In questo caso (ISTAT dati al 01.01.2021) la situazione è piuttosto singolare: se si prende in considerazione l’Italia, il reddito medio procapite è di € 30.116 ma se isoliamo il reddito pro-capite delle regioni del Sud dalla media nazionale la situazione si presenta drammatica. Il Sud ha un reddito procapite in Euro di circa € 20.000 che lo pone in fondo alla classifica europea in compagnia di Grecia, Lettonia, Romania, Croazia e Bulgaria.

Una situazione di questo genere appare ingiustificabile da qualsiasi punto di vista la si voglia considerare. Non c’è paese membro che abbia una regione (un terzo della popolazione e della superficie) così in ritardo rispetto alle medie nazionali. Ma non è finita. Diamo adesso un'occhiata ai redditi per regione  in Italia.  

Alcune regioni del nord Italia vantano un reddito che varia dai 50.000-55.000 euro pro-capite del Trentino-Alto Adige ai 40.000/45.000 dell’Emilia Romagna. Fra queste due cifre oscillano la Valle d’Aosta e la Lombardia.

Il resto delle regioni del nord come Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Veneto mostrano un reddito pro-capite tra i 35.000 e i 40.000 euro anno/pc. A queste va aggiunto il Lazio, unica regione non del nord con un reddito annuo pro-capite analogo.

Umbria, Marche e Abruzzo oscillano tra i 30.000 e i 34.000 euro.

Tutte le regioni del Sud, Sardegna inclusa, si posizionano tra i 20.000 e i 30.000 euro PC/A. Da notare che Calabria e Sicilia sono le ultime due regioni, appena sopra (la Sicilia) o addirittura sotto la soglia minima dei 20.000 euro nel caso della Calabria. La Calabria ha un reddito di € 18.500, tre volte inferiore al Trentino-Alto Adige, in altre parole i cittadini italiani di quest’ultima regione dispongono di un reddito a/pc pari al 300%  più alto di quello a disposizione di ciascun cittadino calabrese. 

Parafrasando il capolavoro di Carlo Levi mi viene da dire: Se questo è un paese!!!  (dati fonte: FMI anno 2012).

Qualcuno dirà, al solito, che questa divaricazione è l’eredità di un Sud arretrato al momento dell’unificazione. Oltre che semplicistico, è falso.

Se questo fosse vero, ma non lo è come dimostrerò più oltre, un paese e la sua classe dirigente dovrebbe dichiarare fallimento. In 160 dopo l’unità non essere riusciti a colmare questo divario sarebbe come dover ammettere che il paese unito con una guerra di occupazione militare ha fallito, che quei due paesi sono ancora due paesi separati se non di diritto, sicuramente di fatto.

Se poi si considera, dati alla mano, che queste differenze non esistevano all’unità, la situazione appare ancora più sconcertante. Nel 1860 le regioni che mostravano un tasso di occupazione più elevato delle altre nella nascente industrializzazione erano la Sicilia, la Campania, La Lombardia e la Calabria. Si tratta ovviamente di piccoli numeri considerato che la stragrande maggioranza della popolazione era occupata nel settore primario. Tuttavia Il reddito pro-capite in gran parte prodotto dal settore agricolo mostrava un divario, seppur modesto, nel reddito delle popolazioni del nord la cui agricoltura si avvantaggiava di vaste pianure irrigue, rispetto a quelle appenniniche del meridione e da una più moderna gestione delle terre coltivabili. Insomma senz’altro vi erano differenze tra le regioni del nord e del sud ma anche tra le regioni nel loro insieme: le regioni più ricche non stavano tutte al nord e le più povere non tutte al sud. Ci vollero dieci anni di occupazione militare e di guerra civile tra il 1860/1870 (il cosiddetto brigantaggio) ed una quarantina di anni di “unità” per vedere nei primi anni del secolo scorso la penisola italiana divisa in regioni più ricche, tutte al nord e le più povere tutte al sud.  (fonte: Il Paese Diviso, Vittorio Daniele ed. Rubbettino 2019 fig. 8 e 9).

Se dunque il divario, al momento dell’unità era, in alcuni settori, presente anche se non significativo, la realtà dei numeri odierni certifica che questo divario NON è eredità delle iniziali condizioni di disparità né di un destino cinico e baro. Fin troppa letteratura, in questo secolo e mezzo, ha ormai mostrato che l’occupazione “manu militari” dell’ex Regno delle due Sicilie  è stata una tragedia per le forme selvagge in cui è avvenuta, ma soprattutto -da quel momento- è stata una continua Via Crucis di nefande scelte di politica economica di tutte le forze politiche che si sono avvicendate nel corso di questi 160 anni. 

Se questa unione a freddo (anzi no, a caldo, visti i massacri, le violenze e le distruzioni di interi paesi messi a ferro e a fuoco per ordine dei generali piemontesi veri criminali di guerra) non ha funzionato dovremmo  riflettere se non sia il caso di far valere i diritti alla autodeterminazione di un popolo sovrano che potrebbe così curare direttamente i propri interessi ed essere presente come paese membro dell’Unione Europea…qualora lo stesso popolo della Magna Grecia decidesse liberamente di aderirvi.  

" Perché il sottosviluppo del Sud non è un problema di difficile soluzione ma un obiettivo perseguito con successo.

Ed è l'ora di dire BASTA! 

BASTA CON QUESTA ITALIA:

INDIPENDENZA senza se e senza ma perché qualunque scenario di incerta drammaticità non potrà mai essere peggiore dell'oggi! " 

Carlo Dini

CONDIVIDI SITO SU:

Progetto ideato e curato da: